In cinque anni il Maxxi ha investito 25 milioni di euro per acquistare arte contemporanea. Una novità nella gestione di un museo statale. Fino al 2001 infatti, in base a una legge del 1939, le gallerie dello Stato non potevano acquistare opere che avessero meno di cinquanta anni. Un modo per evitare il rischio di scommettere denaro pubblico su artisti il cui valore non era confermato dalla storia. «In questo modo abbiamo però accumulato una serie di lacune incolmabili nelle collezioni della Galleria nazionale d'arte moderna», lamenta Anna Mattirolo, direttrice del Maxxi e funzionaria della Darc, l'ente che decide anche delle acquisizioni della Gnam per quanto riguarda il contemporaneo. Cita l'esempio dei «cannoni» di Pascali, che l'anno scorso sono andati all'asta a Londra per una cifra che si aggirava intorno ai due milioni e mezzo di euro ciascuno. La Gnam ha una collezione importante di Pascali, donata dalla famiglia alla morte dell'artista nel 1968, che però non comprende neanche un esemplare della serie delle «armi». I «cannoni» l'avrebbero resa più ricca. «Purtroppo i prezzi di mercato di oggi sono fuori della nostra portata», sospira Mattirolo. I1 Maxxi ha un budget annuale di cinque milioni di euro all'anno per l'arte contemporanea. Delle duecento opere acquistate in questi anni, la più costosa (un milione e mezzo di euro) è un olio di Gerhard Richter. Cifre simili sono state pagate anche per i tre disegni a carboncino in formato gigante (tre metri per tre) di Gilbert George e per una grande scultura in metallo e tessuto dell'indiano Anish Kapoor. Le opere pagate di meno si aggirano intorno ai seimila euro e sono realizzate da artisti molto giovani. «È un modo per investire sul futuro, un po' come giocare in Borsa», spiega Mattirolo, che organizza un premio ogni due anni per ottenere un duplice risultato: «Far entrare i giovanissimi nei musei e ripagarsi delle spese se qualcuno di loro con gli anni emergerà». Ricorda i casi in cui questa politica ha funzionato: i due acrilici di Vanessa Beecroft e le due foto di performance della stessa artista, acquistati rispettivamente per 24 e 22 mila euro nel 1997, ma pagati solo nel 2002 per via della famosa legge del 1939. «Oggi - sostiene Mattirolo - il valore di opere del genere supera i centomila euro». Ma questa valutazione reggerà negli anni? I1 dubbio sfiora Danilo Eccher, direttore del Macro. «L'arte contemporanea è sempre costata di più delle analoghe esperienze precedenti, perché rappresenta un simbolo del proprio tempo e la committenza ha interesse a dimostrare la propria capacità, di essere alla moda». Aggiunge che oggi il mercato è a rischio. «Perché c'è stata negli ultimi tempi un'enorme accelerazione, con una tendenza a giudicare il mercato dell'arte come quello borsistico, tanto che alcune banche stanno studiando dei fondi di investimento legati all'arte contemporanea. In America esistono già, di recente se ne è aperto uno in Svizzera e ora se ne stanno realizzando un paio anche in Italia». Una situazione che per Eccher è molto preoccupante. «Non va dimenticato che l'arte contemporanea è un bene instabile. Se si punta solo sul valore economico, alla fine le carte si scoprono. In realtà queste opere non possono avere un valore economico, in quanto spesso non esistono come beni materiali: sono sogni, idee, visioni, emozioni. Hanno soprattutto un valore culturale. Se si dimentica questo, si rischia di ritrovarsi con un pugno di mosche». Rischiano anche i musei pubblici? «Si rischia tutti». Come cautelarsi? «Aumentando la consapevolezza. Oggi anche il collezionista privato, che una volta seguiva il proprio fiuto e il proprio gusto, non si fida più di se stesso e si rivolge a consulenti internazionali. Non acquista più perché gli piace ma per puro investimento. Con un rischio ulteriore: che mentre una volta il gusto personale determinava collezioni bizzarre e fantasiose e quindi anche preziose, oggi tutte le raccolte, comprese quelle museali, tendono a omologarsi e quindi a impoverirsi». Una via d'uscita? Secondo Eccher sopravviveranno le collezioni in cui l'acquirente ha la capacità economica e culturale per individuare l'opera importante e non l'artista. Perché dello stesso autore si può trovare il capolavoro e l'opera mediocre. Come è sempre successo, del resto. «Una decina di anni fa, a un'asta a New York è passata una Marilyn di Andy Warhol a venti milioni di dollari - ricorda il direttore del Macro. - Un quarto d'ora dopo, un'altra opera della stesso artista, simile ma con un soggetto diverso, è stata venduta a centomila dollari». Lui, per il museo di via Reggio Emilia, ha acquistato trenta opere. Ma dice che non riesce a ricostruirne le cifre. «Il Macro non ha un budget specifico ma attinge a un fondo istituito dal Comune e non suddiviso, che comprende l'acquisto sia di opere antiche che contemporanee. In assenza di finanziamenti determinati abbiamo adottato la strategia di intervenire sul piano della produzione o coproduzione di opere che poi ci vengono donate». Come per la parete in vetro e cemento di Kendell Geers, coprodotta con la Galleria Continua di San Gimignano. Alla fine i due musei se la sono divisa a metà. Nella prossima puntata racconteremo da chi e in che modo viene stabilito il valore di un artista.