Non si muore di sola politica. Monumenti spellati come ossi di seppia, dipinti brutalizzati dalle puliture, statue ridotte a luccicare come caramelle. Ma alla deriva, sempre imputata alla politica, hanno contribuito in molti: dalle Soprintendenze, impegnate in battaglie di retroguardia, alle Università che hanno fallito il loro compito. La stagione infelice che attraversa la tutela dei Beni culturali in Italia ha stimolato un dibattito per il nostro paese non di poco conto. Nei giorni scorsi abbiamo appreso che i fondi destinati quest'anno alla loro manutenzione, al restauro, alla sicurezza e alla loro valorizzazione sono stati ulteriormente ridotti rispetto a quelli già insufficienti approvati nel 2005. E non più tardi dell'altro ieri, l'assemblea del Senato ha in un primo tempo approvato un emendamento presentato dal senatore Asciutti di Forza Italia, presidente della commissione cultura, con il quale si dispone un taglio di trenta milioni di euro alla soprintendenza di Pompei, emendamento immediatamente ritirato e tuttavia destinato, con ogni probabilità, a venire nuovamente preso in considerazione sotto mentite spoglie. L'apparato che per molti anni ha tutelato e gestito il nostro patrimonio culturale somiglia sempre più a un treno deragliato, che perde pezzi un giorno dopo l'altro. Una crisi avviata negli anni '70. Il disastro è stato letto come frutto di scelte politiche meditate, che si accaniscono contro una gestione tradizionalmente «virtuosa», messa in crisi dagli errori dei politici (indistintamente di destra e di sinistra), datati dal momento in cui hanno scoperto quanto possa essere appetibile la gestione del nostro patrimonio culturale. La scoperta ha portato con sé nuove parole d'ordine cariche di ambiguità, valga per tutte la locuzione «giacimenti culturali», ormai diventata il simbolo sinistro del cinismo governativo che ha trasformato le nostre opere d'arte in miniere da sfruttare economicamente. Tuttavia, dal punto di vista di chi da qualche decennio lavora in prima persona alla gestione dei Beni culturali, è chiaro come la storia del loro declino e delle sue motivazioni sia dovuta a molte cause e a molti protagonisti, il che complica ulteriormente la questione. Il degrado dell'amministrazione dei Beni culturali - delle Soprintendenze, per intenderci - somiglia infatti a una implosione interna, avviata ben prima che la politica si accorgesse delle potenzialità economiche ricavabili dai musei, dai monumenti e dai centri urbani. La crisi ha avuto inizio allo scorcio degli anni 70, e ha toccato il suo vertice con le dimissioni di Giovanni Urbani dalla direzione dell'Istituto centrale per il restauro di Roma, circondata dal silenzio dei Soprintendenti e di una classe dirigente che stentava a riconoscere i problemi posti dall'ampliamento degli interessi economici, così come si andavano compattando intomo ai monumenti e alle opere d'arte. Nei ricordo di molti italiani, esiste un'età dell'oro delle Soprintendenze, quella in cui si chiamavano «Belle Arti» e già dal nome dichiaravano con chiarezza e certezza qual era il proprio ruolo: conservare e tutelare le opere d'arte in forma di musei, affreschi, chiese e monumenti. Protrattasi fino agli anni '60, questa età dell'oro ha avuto per protagonisti un gruppo ristretto e qualificatissimo di personalità che includeva architetti, archeologi, storici dell'arte e restauratori, impegnati con passione e competenza nella tutela del nostro patrimonio, per la verità allora limitato sostanzialmente a quei monumenti dotati di grande rilievo storico e artistico. Nel loro ruolo, sul quale si proiettava giustamente il fascino del bello e del prezioso, queste Soprintendenze erano aiutate da due fondamentali fattori: la continuità storica delle maestranze italiane, edili e artigiane, che conservavano una tradizione di intervento e di metodo adeguato al nostro patrimonio; e, in secondo luogo, la formazione degli operatori e dei funzionari, quella sì di altissimo livello perché avveniva all'interno stesso di istituzioni diventate nel tempo laboratori di qualità, sia per quanto riguarda la metodologia, sia per quel che riguarda la teoria della conservazione e della politica di tutela. Un fattore, questo, determinante, tanto più che non va dimenticata la devastazione in quegli anni del territorio, i cui danni peggiori colpivano il patrimonio considerato «minore». Non solo capolavori Grandi soprintendenti come Pietro Gazzola e Cario Ceselli hanno creato vere e proprie scuole collaborando fianco a fianco con i giovani funzionari arrivati da Università ancora in grado di trasmettere la storia, se non la pratica, dell'arte. E intorno a Cesare Brandi nell'Istituto L'entrale del Restauro si sono formate due generazioni straordinarie di conservatori, come Giovanni Urbani. Licia Vlad Borrelli, Michele Cordaio, Paolo e Laura Mora, ai quali si deve indubbiamente il lustro raggiunto dall'Italia in campo internazionale per metodo e pratica. Del resto, questi centri creativi assorbivano una tradizione di bottega illustre e antichissima il cui contributo viene troppo spesso ignorato. A metà degli anni '70, l'equilibrio sempre più precario del sistema italiano veniva tra l'altro messo in crisi dall'ampliamento della concezione di bene culturale, con il riconoscimento del valore trasmesso non solo dai capolavori ma anche da quei contributi che esemplificavano la storia della tecnica e quella della forma, sui quali si andavano concentrando interessi e appetili economici via via crescenti, parallelamente alla crisi ormai definitiva delle «nuove costruzioni», che avevano dato la volata al boom economico degli anni '50 e '60; intanto, l'imprenditoria edile si rivolgeva al recupero dei centri storici essendosi esaurita la miniera delle nuove urbanizzazioni. È a questo punto che l'apparato dei Beni culturali nel suo insieme, è stata chiamato a una trasformazione che non ha saputo gestire: l'aumento delle risorse disponibili implicava un aggiornamento degli uffici delle soprintendenze ma anche uno scarto di modernità degli operatori, chiamati a «funzionalizzare» un vecchio sapere, a trasmetterlo e a radicarlo nell'incontro con i nuovi protagonisti amministrativi coinvolti nella politica di tutela, dagli enti locali alle fondazioni fino ai privati cittadini Una volta demolite le pareti delle nicchie in cui operavano le Soprintendenze, occorreva ristrutturare un sistema in grado di muoversi in un panorama più ampio, in modo da renderlo, soprattutto capace di elaborare una strategia di controllo del territorio, un lavoro di formazione delle maestranze e dei funzionari non più affidata a quell'ambito diventato angusto delle Soprintendenze o delle botteghe, arginando la rapidissima trasformazione delle tecnologie edili preoccupate unicamente di abbassare i costi produttivi a scapito del concetto stesso di qualità, un metro imprescindibile quando si ha a che fare con monumenti e opere d'arte. Il fallimento di questo obiettivo è sotto gli occhi di tutti. Se si prende ad esempio la pulitura del Colosseo, con le patine del tempo rispettosamente conservate sul fronte che guarda la Via dei Fori, si può avere un'idea concreta del mitico gusto che ci ha dato celebrità nel mondo, in una certa fase della nostra storia moderna. Mentre quando ci si trova di fronte ad altri monumenti di Roma o di molte altre città italiane, ad esempio la Loggia del Bigallo a Firenze, spellata a mio avviso come un osso di seppia, la brutalità dell'evidenza fa svanire anche l'illusione di quel gusto. Le puliture che hanno scuoiato gran parte delle città italiane si sono portate via la possibilità di leggere quanto di più sofisticato rendeva unici quei monumenti; i segni degli strumenti, il nervosismo degli scalpellini la loro creatività, la scelta di velare con uno strato trasparente di colore le pietre tra loro diverse; ed infine, ciò che non è meno importante, i segni con i quali il tempo ha impreziosito ognuno dei nostri monumenti. Quel che è stato cancellato per sempre, insomma, riguarda tanto l'anima dei manufatti che alcune informazioni fondamentali per la loro comprensione; e, purtroppo, compromette anche la migliore protezione di quei monumenti contro il degrado. Lo stesso vale per l'arte musealizzata, dove i ruoli direttivi sono stati via via appaltati con criteri clientelari oppure (casi non meno gravi) seguendo l'inerzia fredda della burocrazia sindacale, che premia l'anzianità dei funzionali indipendentemente dalle loro qualità. Ognuno per la sua strada Ignoranza, insensibilità e smanie esibizionisti che hanno dunque spellato una serie di dipinti esibiti trionfalmente dalle campagne mediatiche, e lucidato alcune sculture, rendendole come caramelle succhiate. In definitiva, da molti anni ognuno restaura come gli pare, segnando un clamoroso fallimento non imputabile a una sola amministrazione dei Beni culturali, perché è vero piuttosto che a questa rovina hanno partecipato in molti. L'Università italiana, dalla quale ci si sarebbe aspettati una riflessione seria sul destino del nostro patrimonio, quando ha capito che il settore dei Beni culturali cominciava a muovere risorse economiche di qualche rilievo ha pensato di attirare gli studenti-clienti con allettanti corsi teorici dai quali hanno tratto profitto i bilanci, ma non le aspettative dei giovani destinate a trasformarsi in cocenti delusioni. Il danno si è prolungato nei legami che intorno a questi corsi sono stati stretti tra le Università e le Soprintendenze, per scambiare docenze con appalti di progetti e quant'altro, facendo venire meno l'unica possibile fonte critica nei riguardi di quanto accade fuori dalle aule universitarie. Di fronte alla paralisi soggetti importanti come il comune di Roma, che ha una propria Soprintendenza, hanno deciso di puntare su società esterne, nel caso specifico sulla Zetema, a cui affidare direttamente la progettazione, la gestione e la esecuzione di gran parte dei restauri; il risultato è che i costi si sono aggravati e la normativa vigente, nonché i diritti di molti, sono stati pericolosamente aggirati. Dello stesso tenore appare l'istituzione di società parallele al ministero come la Arcus, delegata a gestire con criteri quanto mai discutibili importanti risorse finanziarie: sono esempi che da soli testimoniano la resa dei vecchi apparati delle Soprintendenze e preludono a prospettive inquietanti, poiché la qualità dei risultati prodotti diventa ancora più incontrollabile. Un settore come quello dei Beni culturali, che ha visto aumentare vistosamente (a partire dagli anni '80) le risorse a sua disposizione, ha bisogno di regole amministrative certe. Nello stesso tempo però, la natura del lavoro di tutela si sottrae alla eccessiva cavillosità amministrativa, e il restauro - come ogni forma di interazione con l'opera d'arte - può essere progettato solo in parte. La sua buona riuscita dipende essenzialmente dalla preparazione di chi lo dirige, di chi lo coordina e di chi lo esegue. Uno stato che voglia tutelare il suo patrimonio artistico può agire unicamente selezionando con cura la qualità di chi lo gestisce: la nostra stessa storia conta illustri precedenti, basti pensare che Leone X affidò a Raffaello la Soprintendenza dei monumenti della Roma antica, e artisti come Canova ebbero nel suo mantenimento un ruolo molto attivo. Diversamente da tutti gli altri ambiti di produzione e controllo, quello dei Beni culturali non ha modelli esterni ai quali fare riferimento: mentre nella cura della salute, per esempio, la politica ospedaliera ha modelli privati con cui confrontarsi, le Soprintendenze possono paragonare la propria storia e autorità solo a se stesse: un elemento, questo, sul quale nessuno sembra voler riflettere. È l'apparato che ha guidato i politici e non viceversa. Ai politici deve essere imputata la responsabilità di non aver saputo difendere il patrimonio dalla cancrena che si espandeva dagli apparati ma non si può incolparli di avere avviato un progetto cosciente di destabilizzazione della tutela in Italia. Dobbiamo invece alle Soprintendenze la mancata volontà di ripensare una gestione nuova e moderna per un settore diventato rilevante sotto molti aspetti, e il fatto di essersi lanciate in battaglie di retroguardia in cui ogni corporazione, ogni istituzione, ha dato il peggio di sé. Tra le ossa e la pelle dei monumenti Perfino i tentativi di coordinare il lavoro degli architetti e quello degli storici dell'arte è fallito miseramente: i primi sono tornati a occuparsi delle «ossa» dei monumenti, i secondi della «pelle», quasi che luna e l'altra possano vivere separatamente. Come meravigliarsi se, in questo assalto, sono spuntati perfino laboratori di ricerca scientifici di varia natura, che hanno prepotentemente rivendicato un ruolo centrale nella gestione del patrimonio? Il cittadino smarrito che di fronte a un restauro criminale volesse denunciarne i responsabili potrebbe stare certo di trovarsi a fare i conti con qualche chimico o fisico pronto ad affermare, dall'alto dei suoi microscopi elettronici, che il marmo spellato si conserva meglio: come se una statua di Michelangelo fosse riducibile al suo reticolo di carbonato di calce. Il quadro, già desolante, si avvia alla disintegrazione grazie ai tagli economici che il governo attuale ha disposto per le soprintendenze. Ma in un orizzonte del genere ha veramente senso parlare di garanzie per i beni legati alla loro proprietà? I crolli delle torri, delle mura e l'abbandono di monumenti e affreschi straordinari dimostrano che la pubblicità del bene non è garanzia in sé della sua tutela, e sarebbe fin troppo facile, del resto, testimoniare sull'amore dimostrato da molti privati verso monumenti che hanno in proprietà. In questione non è l'equazione bene pubblico-tutela, bene privato sfruttamento e distruzione, bensì il controllo delle procedure di intervento sui beni, quale che sia il loro status giuridico. Molte cattedrali italiane sono di proprietà di enti che hanno elargito loro, nei secoli, ogni cura possibile. E non c'è ragione di credere che un municipio possa rimanere indifferente ai propri monumenti e al loro destino, se non altro perché soggetto al controllo degli elettori; mentre accade che ai fini della carriera alcuni Soprintendenti siano mandati temporaneamente in città non proprie, verso la tutela delle quali non si dimostrano particolarmente motivati. In questo quadro è necessario riposizionare le ambizioni e i ruoli di ognuno: una ipotesi potrebbe essere quella di liberare le Soprintendenze dalla gestione diretta di beni e risorse, per snellirne il compito e affidare loro un ruolo di eccellenza, ovvero la direzione scientifica di tutto quanto avviene sul territorio, sottraendole all'abbraccio mortale di quegli interessi politici veicolati dalla gestione delle risorse economiche, e dagli appalti. A venire investite dovrebbero essere, dunque, quelle amministrazioni dotate di uffici tecnici adeguati comuni, province, regioni e perché no qualsiasi forma di associazione privata in grado di dialogare con gli organi di controllo. Alla ricerca di un cemento culturale Del modello virtuoso, che pure c'è stato in Italia, va recuperata la «brevità» strutturale e funzionale, istituendo uffici composti da poche persone in grado di lavorare con progetti e direttive chiare, emanate da un centro autorevole: luoghi molto più vicini a un laboratorio di idee e a una banca di professionalità piuttosto che a centri ingolfati dall'eccesso di funzioni. Perché queste funzioni vanno, addirittura, dalla ricerca alla archiviazione dei dati alla progettazione esecutiva, fino al controllo delle politiche urbanistiche e alla concessione delle licenze sulle ristrutturazioni delle piccole unità abitative, il tutto in competizione con altri istituti i cui ruoli si sovrappongono, come gli uffici tecnici dei comuni. Mettendo da parte il tentativo di resuscitare modelli ormai improponibili e privi di autorevolezza, è necessario riconoscere e integrare i contributi che potrebbero venire da tutte le istituzioni pubbliche e private cui è demandato il compito di intervenire nella gestione del patrimonio, da quelle preposte alla formazione a quelle che modificano concretamente il territorio, individuando chiaramente gli «standard» qualitativi da perseguire. Sarebbe un obiettivo dal quale attendersi, tra l'altro, il provvidenziale cemento culturale di una nazione che si riconosce sempre meno come tale, ma nella quale sopravvive, come unico elemento identitario, la coscienza diffusa del proprio patrimonio di «bellezza».
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