C'è un tesoro, a Berlino, che nessuno vuole. Metterlo insieme è costato più di nove milioni di euro, ma il suo valore di mercato è molto, molto più basso. È un tesoro malinconico: 17 mila opere d'arte - olii, disegni, incisioni, installazioni, sculture, fotografie - di artisti di Berlino Est, attivi tra il 1950 e il 2003. Stanno accatastate sui quattro piani di una fabbrica dismessa di Wedding, antico quartiere operaio, appoggiate alle pareti, impilate negli scaffali, messe semplicemente per terra. Qualcuna è esposta nella galleria dell'ultima piano, ma la maggior parte è nei magazzini, invisibile ma incombente. Catalogata, spolverata, inutilizzata. Una collezione incoerente, che ha valore solo in quanto riflette un tempo e una città. Chi è finito in questa collezione era un artista sconosciuto e squattrinato. Ma aveva una porta cui bussare: l'ufficio del programma sociale di promozione dell'arte. Poteva inoltrare una domanda, una giuria la esaminava e concedeva il finanziamento. In cambio, le opere restavano alla città e andavano a decorare gli uffici pubblici. Più di duemila artisti hanno stipulato questo contratto. Anche Georg Baselitz: nel 1964. Per una copia dal vivo della Torre di Grunewald, che adesso è esposta alla Berlinische Galerie. La commissione, insieme all' entità della somma, stabiliva anche il tema e lo stile dell'opera. Negli anni in cui Andy Wahrhol si dedicava alle lattine della zuppa Campbell's, imponeva di dipingere fedelmente le strade e i parchi della città. Solo negli Anni 70 concesse libertà di espressione. Ma era generosa: il programma di «sostegno sociale» non finì neppure con il Muro. E' finito, due anni fa, per l'impossibilità delle casse pubbliche di continuare a finanziarlo. E adesso mancano le risorse persino per tenere il magazzino: 150 mila euro l'anno per locali e personale. Dall'anno prossimo non saranno più a bilancio. Urge una soluzione. Ma quale? La restituzione agli artisti non è un'opzione: non vogliono loro. La vendita all'asta è un'opzione teorica: non ci sono opere appetibili. Quelle che avevano un qualche valore sono sparite da tempo. Per le altre, occorre l'amatore. Ma chi si mette a fare la cernita tra 17 mila opere? Sfumata anche l'opzione di regalarle ai musei: nessuno le vuole, a meno che non siano accompagnate da un assegno di mantenimento. La Banca berlinese d'investimenti Ibb, che doveva gestire la collezione in modo professionale e costruire un mercato del prestito delle opere d'arte, si è ritirata. E' rimasto in piedi solo il progetto Artoteca, un servizio clienti messo a punto dall'amministrazione della città con analoghi scopi. Costa però 85 mila euro all'anno, cifra che presto non sarà più disponibile. Molto lavoro viene fatto da un gruppo di artisti volontari, che seleziona le opere da proporre a eventuali clienti. Con qualche buon risultato. «Ci sono meravigliose sorprese, in quella collezione. Basta avere il tempo e l'interesse per studiarla da vicino», dice uno dei consulenti. Le ferrovie hanno abbellito tre piani del loro quartier generale nel grattacielo di Potsdamer Platz. E una collezione di fotografie è finita pure sulle pareti dell'Istituto di ricerca Hahn-Meitner. Gli scienziati non erano troppo d'accordo sul tema - piedi di donna infilati nelle scarpe - ma sono riusciti solo a ottenere di non vederseli davanti nella mensa. Il prestito non è gratuito: è un affitto calcolato intorno al 3 per cento del valore stabilito dall'assicurazione. I clienti si dicono contenti ma per il responsabile del servizio è fatica mutile: l'incasso non coprirà mai le spese del suo ufficio. La soluzione finale che ha proposto è ancora un trasloco. Presumibilmente l'ultimo. In uno degli edifici di Beeskow, cittadina storica del Brandeburgo dove già sono conservati 23 mila quadri e sculture del tempo della Ddr. Ogni tanto si fa una mostra, che ha un buon successo. E ogni tanto arrivano i trovarobe che cercano qualcosa con cui ricreare l'atmosfera di quegli anni.