Parte al rallentatore l'anno dell'Italia in Cina. A Pechino critiche per il programma frettoloso e l'assenza di Berlusconi PECHINO - Si è aperto l'anno dell'Italia in Cina. Da qui alla primavera del 2007, spiega il ministero degli Esteri, che ha organizzato la manifestazione, il Belpaese porterà oltre la Grande Muraglia il meglio della propria cultura millenaria, da Pompei fino all'arte contemporanea. E anche il meglio della propria industria, creatività e tecnologia. Se questa è la prospettiva, si tratta senza dubbio di un'occasione preziosa (e probabilmente irripetibile) per migliorare la visibilità e l'immagine dell'Italia agli occhi dei cinesi, che oggi hanno perlopiù un'idea piuttosto confusa di che cosa sia e di dove si trovi il nostro Paese. Proprio perché si tratta di un'occasione da non lasciarsi sfuggire, "Italia in Cina 2006" avrebbe meritato ben altro debutto. E inutile dire che con tutto il rispetto per il ministro della Cultura, Rocco Buttiglione, che la settimana scorsa è venuto a Pechino a tagliare i nastri in rappresentanza del Governo italiano una presenza istituzionale più forte sarebbe stata gradita dalla controparte cinese, abituata a misurare tutto con il bilancino delle gerarchie: «Se mi consideri importante, mandami il numero uno», è la loro filosofia. Insomma, l'assenza del Primo ministro Silvio Berlusconi (che non era presente nemmeno alla cerimonia di inaugurazione di Roma, presieduta da un sottosegretario) non è passata inosservata alla nomenclatura pechinese. Nel 2005, "Anno della Francia in Cina", il Governo transalpino ha inviato due missioni politiche-economiche di primo livello. La prima, nell'autunno 2004, capitanata da Jacques Chirac in persona per dare la benedizione ufficiale del Governo francese alla manifestazione. La seconda, lo scorso aprile, guidata dal premier Jean Pierre Raffarin, che se n'è tornato a Parigi gongolante con in tasca una maxi-fornitura di Airbus del valore di 10 miliardi di euro. E il cancelliere tedesco Gerhard Schröder è andato in vista ufficiale a Pechino ben sei volte dal 1999 al 2005, portando a casa lauti contratti per le multinazionali del suo Paese. Sempre per la cronaca, qualche settimana fa a Mosca, è stato Vladimir Putin in persona a tagliare ufficialmente i nastri di un altro 2006, quello della Russia in Cina. La coincidenza con l'anno della Russia in Cina è un altro dei paradossi della manifestazione italiana appena cominciata. Una domanda sorge spontanea: avendo avuto l'idea dopo i russi, non si poteva aspettare per evitare sovrapposizioni con un'iniziativa che, visto anche il peso politico di Mosca a Pechino, rischia di oscurare la nostra? «Avevamo suggerito di spostare tutto al 2007, ma gli italiani hanno insistito per organizzare la manifestazione quest'anno», sostiene lo stesso Governo cinese. Quale sia il motivo di tutta questa fretta non è dato sapere. Di sicuro, oltre ad evitare una controproducente competizione con la Russia, dodici mesi in più sarebbero certamente serviti per mettere a punto un programma più organico e ragionato di quello presentato la settimana scorsa a Pechino. Un programma nel quale spiccano un paio di grandi eventi (come la mostra sul Rinascimento che, peraltro, era stata programmata ben prima che venisse fuori l'idea dell'Anno dell'Italia in Cina), a fianco di una congerie di iniziative spesso pretenziose per un pubblico come quello cinese, a cui sarebbe stato meglio dare in pasto qualcosa di più facilmente digeribile. Un pizzico di pazienza, forse, avrebbe consentito anche di reperire maggiori risorse finanziarie da destinare alla manifestazione, che al momento può contare su circa 45 milioni di euro, tutti erogati dalle casse statali. E magari, come accadde in Giappone nel 2001, di coinvolgere anche i privati nell'organizzazione e nel finanziamento dell'iniziativa. Di fronte a tanta improvvisazione, non resta che confidare nello "stellone" italico. D'altronde, non è la prima volta che il sistema Italia si lancia confusamente in un'avventura più grande di lui per poi uscirne con successo. Già, il successo. Come si misurerà quello di "Italia in Cina 2006"? I parametri sono tanti: il numero dei visitatori alle mostre, la presenza del nostro Paese sui media locali, la visibilità del made in Italy (non solo quella della moda, che è già eccellente) in giro per il Paese. Ma visto che, per ammissione dello stesso ambasciatore italiano a Pechino, Gabriele Menegatti, il principale obiettivo di "Italia in Cina 2006" è il business, i veri parametri di giudizio saranno alni. Semplicissimi. Per sapere se "Italia in Cina 2006" ha fatto centro, tra un anno esatto a quest'ora basterà chiedere ai Consorzi di Parma e San Daniele se sono finalmente riusciti e vendere i loro prosciutti sul mercato cinese; alle griffe di moda, se vedranno diminuire sugli scaffali dei grandi magazzini di Pechino le copie contraffatte dei loro prodotti; agli imprenditori, se sono riusciti a trovare dei canali preferenziali per investire o semplicemente per fare affari oltre la Grande Muraglia. Ultimo, ma non meno importante, tra un anno a quest'ora bisognerà chiedere alle tante migliaia di cinesi desiderosi di venire in Italia per turismo o per affari se sono riusciti nell'ardua impresa di ottenere un visto della Repubblica italiana, o se invece sono stati costretti a sbarcare in Italia via Schengen passando per Francoforte o Parigi.
Anno italiano in Cina con troppi passi falsi
L'anno dell'Italia in Cina 2006 è iniziato con una manifestazione a Pechino, organizzata dal ministero degli Esteri. Il programma era stato preparato in fretta e la presenza del Primo ministro Silvio Berlusconi non era prevista. La manifestazione era stata organizzata per promuovere la cultura, l'industria e la tecnologia italiana, ma molti critici ritengono che il programma fosse troppo confuso e pretenzioso. La manifestazione è stata vista come un'occasione per migliorare l'immagine dell'Italia in Cina, ma molti ritengono che la presenza del ministro della Cultura, Rocco Buttiglione, non sia stata sufficiente.
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