Villa Cairoli è un edificio ottecentesco costruito sui resti di un antico castello medioevale nel cuore della Lomellina. Con il suo sacrario e la collezione di cimeli storici, è uno dei simboli del Risorgimento. Appartenuta a una famiglia che diede alla patria cinque fratelli illustri: quattro caduti nelle guerre d'indipendenza e un quinto, Benedetto, più volte presidente del Consiglio. Oggi però Villa Cairoli è più che altro un simbolo dell'incuria italiana, ostaggio di una lite infinita tra le amministrazioni comunali di Pavia e Gropello che ne frena il restauro. Senza più il tetto, venuto giù quattro anni fa, è sprofondata nel degrado. Benedetto Cairoli non poteva immaginare che un giorno un suo successore, Silvio Berlusconi, si sarebbe offerto di attingere al proprio cospicuo patrimonio personale per comprare la collezione in rovina dei Torlonia e regalarla a quell'Italia della quale si proclama «amministratore delegato» (Porto Rotondo 27 aprile). Un gesto di neomecenatismo che può suscitare l'attenzione dei media e magari l'emozione collettiva, ma che soprattutto simboleggia alla perfezione lo stato dell'arte nell'azienda-Paese. Non suscitano più emozione, invece, i dipinti di Simone Martini e Luca Signorelli custoditi nella ricchissima collezione del Museo dell'Opera del Duomo di Orvieto. Infatti da una ventina d'anni nessuno la può visitare. Troppe visite, ma da parte dei tombaroli, affliggono poi la Necropoli dauna di Arpi (vedi scheda). Quelle con pinne, muta e bombole d'ossigeno (non esattamente alla portata di chiunque) sono invece le uniche visite ormai possibili per ammirare l'antica località romana di Baia (Golfo di Napoli) tra Punta Castello e Punta Epitaffio. A mezzo chilometro dalla costa, sommersi nel fondale sabbioso a una profondità che varia tra i due e i 15 metri, si trovano resti di edifici, ville imperiali, ninfei, strade, moli, banchine e tabernae. Poco lontano, a La Gaiola, lo stesso fenomeno di bradisismo che ha inghiottito Baia ha steso il suo velo sabbioso sulla meravigliosa villa di Publio Vedio Pollione (poi passata ad Augusto), seconda per importanza soltanto alla Villa Adriana di Tivoli. I volontari di Legambiente e Marevivo hanno lottato per la tutela di queste due zone, ma finora senza grandi successi. Non c'è neppure l'alibi del bradisismo per il castello di Beldiletto: «II più eclatante caso italiano di abbandono», secondo l'ex sottosegretario ai Beni culturali Vittorio Sgarbi. Si tratta di una villa fortificata del Quattrocento che cade letteralmente a pezzi in quel di Pieve-bovigliana, nel Maceratese. E poco lontano, a Senigallia, i recenti lavori di restauro non sono riusciti ad arginare il degrado della rinascimentale piazza Rovereschi. «Anzi, i restauri hanno rovinato definitivamente la piazza», accusa Sgarbi. Che da anni gira l'Italia per denunciare i danni di interventi di tutela e conservazione «dilettanteschi o impropri, spesso sostenuti dalla mera volontà di autopropaganda personale di qualche amministratore pubblico». Senza entrare nelle dispute tecniche tra diverse scuole di restauro, tra gli addetti ai lavori è frequente la sensazione che a volte certi interventi salvifici facciano più danni della semplice incuria. Comunque la si pensi basta consultare il dossier a tiratura limitata scritto sull'argomento dal solito Sgarbi nell'aprile del 2001 ("La tutela del patrimonio storico, artistico e ambientale in Italia", editrice Antenore) per inorridire il giusto. Solo alla voce "interventi distruttivi", si trovano una decina di casi che spaziano dalle aree archeologiche romane delle Mura Leonine e della Villa di Agrippina al comasco Castello Durini. Pcr capirci di più e mettere ordine nella dispersione del patrimonio artistico italiano, un ruolo importante dovrebbe giocarlo l'Istituto centrale per il Catalogo del ministero dei Beni culturali. Ma il catalogo, istituito nel 1969, con i suoi 4 milioni e mezzo di schede finora compilate, è riuscito a censire appena il 30-50 per cento del patrimonio italiano. I grandi problemi del Ministero sono i soldi e il personale, sempre più ridotti e tagliati di Finanziaria in Finanziaria. Il budget 2002 del ministero dei Beni culrurali è stato di 2 mila 114,5 milioni di euro e rappresenta appena lo 0,39 per cento del bilancio complessivo dello Stato. Un rapporto tra i più bassi d'Europa, che ci fa arrossire di fronte all'uno per cento della Francia e all'1,35 della Germania. Paradossalmente, il futuro è legato all'avanzamento, almeno su carta, delle Grandi Opere promesse da Silvio Berlusconi in campagna elettorale. Al quarto comma dell'articolo 60 dell'ultima Finanziaria, infatti, è stata introdotta una norma di salvataggio: «Il tre per cento degli stanziamenti previsti per le infrastrutture è destinato alle spese per la tutela e gli interventi a favore dei beni e delle attività culturali». Difficile capire quanto faccia in soldoni, ma in fondo questa sorta di pizzo artistico è meglio che niente. Così come sono sempre meglio che mente i soldi che stanno arrivando da aziende private in vena di donazioni fiscalmente deducibili. Secondo il ministero «le erogazioni liberali per il 2002 ammontano a circa 15 milioni di euro, un risultato analogo a quello del 2001 ». L'anno precedente, per la verità, avevano toccato quota 17 milioni (il confronto segna meno 11 per cento). E dire che il legislature aveva fissato un tetto massimo di 140 milioni di euro, nel timore che le aziende italiane scaricassero troppe donazioni artistiche dalle tasse. Di questi 15 milioni del 2002, lirica e teatro hanno raccolto il 64,1 per cento; mentre il settore dei beni culturali si è fermato a quota 35,9, Del resto i privati sono interessati a sponsorizzare ciò che si possono giocare meglio in termini di visibilità mediatica nel rapporto con i clienti. Dunque, nella logica del "creare eventi", un'opera lirica funziona meglio di una collezione di anfore custodita in qualche scantinato. Tanto comprensibile quanto prevedibile. Così come in altri campi, si pensi alla scuola o alla previdenza, anche nella gestione del patrimonio artistico le ristrettezze di bilancio e l'incuria della mano pubblica aprono la strada alle fa-mose privatizzazioni. Il ministero dell'Economia ha già messo gli occhi da mesi sul patrirnonio "vendibile", tanto che molti soprindendenti considerano sempre più Giulio Tremonti il loro ministro, anziché Giuliano Urbani. Lo storico dell'arte Salvatore Settis, autore del libro "Italia Spa" e direttore della Normale di Pisa, invoca chiarezza e rispetto delle regole. « Vorrei capire se si deve seguire la politica di Tremonti o quella del ministro Urbani», dice. E denuncia come la recente vendita della storica Manifattura tabacchi sia avvenuta senza che il dicastero dell'Economia abbia chiesto il parere dei Beni culturali. Anche quelli che per ora sono semplici censimenti di Via XX Settembre preoccupano chi ama il patrimonio artistico nazionale. Donata Levi, storica dell'arte all'Università di Udine, fa parte di un manipolo di ricercatori italiani che ha costituito la Patrimonio Sos. L'associazione ha appena pubblicato l'elenco dei beni censiti dall'Agenzia del demanio ai quali sarebbe stato attribuito un valore economico irrisorio rispetto al valore storico e artistico. Tra questi spicca il caso dell'oratorio romanico di San Giovanni Capestrano (in Abruzzo), valutato dal Demanio soltanto poche migliaia di euro. «Non vorremmo che dalla semplice opera di censimento si passasse a una svendita ai privati», avverte la professoressa Levi. Altro caso scandaloso è quelle dell'antica città romana di Alba Fucens, nella Marsica abruzzese. Si tratta di un sito archeologico di enorme valore storico, recuperato con grande fatica dalle amministrazioni locali che hanno potuto aprirlo (seppure solo in parte) a migliaia di visitatori. Ebbene, il 6 agosto dello scorso anno Alba Fucens è entrata nell'elenco ufficiale dei beni demaniali in vendita. Così per soli 40 mila euro si possono comprare anfiteatro, terme, foro, basilica, mosaici, colonne e strade lastricate. L'aspetto paradossale della vicenda è che la somma richiesta dallo Stato è talmente bassa che forse i comuni della zona riusciranno a comprarsela (se non litigano). Ma se una collezione di sculture e dipinti, e perfino un intero sito archeologico, possono trovare un compratore, vi sono beni che non esercitano certo l'attrazione di una collezione Torlonia e neanche di un teatro Ambra Jovinelli. Dove la logica imperante della "profittabilità" (si tutela, si recupera e si investe in ciò che può dare un ritorno economico) mostra la corda in modo lampante è sugli archivi. Retrocessi incredibilmente a mero ammasso di scartoffie inutili e polverose, gli archivi storici italiani costituiscono invece il patrimonio documentario più ricco del mondo (ben 158 tra Archivi di Stato e Soprintendenze archivistiche). Come ha scritto recentemente lo storico Claudio Pavone, gli archivi sono «i depositari della memoria scritta di un popolo, della sua cultura, della sua storia». Eppure rischiano di chiudere i battenti perché hanno appena subito un drastico taglio delle spese correnti, che in alcuni casi arriva fino al 50 per cento del budget 2002. Molti direttori hanno già fatto sapere al ministero che a questo punto non hanno più i soldi per pagare le bollette e le pulizie. I soldi per la ricerca erano già stati tagliati negli anni scorsi. I risultati di questi "risparmi" sono un danno d'immagine nei confronti degli studiosi di tutto il mondo e un danno concreto allo Stato. Basta immaginare al clamore sui media internazionali se archivi pubblici come quello di Firenze o di Torino dovessero restare senza luce o essere condannati alla polvere perpetua. Di tutto questo il presidente del Consi-glio non si sta occupando, tutto preso dal colpo della collezione Torlonia. Chissà se lo sta facendo Urbani. Vade retro Caltagirone II costruttore romano si era fatto avanti con Alessandro Torlonia. Ma alla fine... Non è ancora chiara la sorte della collezione Torlonia, che il privato cittadino Silvio Berlusconi ha annunciato di voler comprare alla cifra di 125 milioni di euro per poi regalarla al Berlusconi presidente del Consiglio. In ogni caso, restano due problemi. Trovare un adeguato spazio espositivo per l'immensa collezione, 729 capolavori dispersi nel centro di Roma. E fronteggiare l'invidia di chi aspirava al ruolo di mecenate. Vittorio Sgarbi propone il palazzo degli Esami, a Trastevere, oppure le Scuderie papali affacciate sul Quirinale. «Per l'altra sede, palazzo Rivaldi ai Fori, ci vorrebbe tempo per il restaura. Non credo che Berlusconi lavori per la gloria», dice l'ex sottosegretario. Intanto il fronte degli esclusi si allarga. Con Alessandro Torlonia si era fatto vivo anche il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, appassionato di storia romana. Non se ne fece nulla: colpa, dicono, della rivalità tra i due sul piano Regolatore, nella zona di Tor Pagnotta, dove i Torlonia vantano proprietà destinate al verde, al contrario di Caltagirone che ha fatto il pieno sui suoli edificabili. In precedenza il principe aveva trattato con il Comune di Roma la cessione delle opere in cambio della costruzione di un parcheggio presso villa Albani. Sfumata la possibilità di edificare su Tor Pagnotta, ha ceduto a Berlusconi.