Sorprendere è la parola d'ordine: dai Guggenheim di New York e Bilbao alle «balene» di Calatrava Cosa si chiede oggi ad un nuovo museo? Forse, prima di tutto di saper stupire i propri visitatori. E non solo con il contenuto (collezioni o mostre che siano), ma anche con l'architettura de] suo contenitore. Un modo come un altro, in fondo, per attirare ancora più visitatori. Un modo sicuramente ad effetto per allontanare il pericolo che (come scriveva qualche anno fa Eugenia Roccella su Ideazione) «l'arte si chiuda in un'autoreferenzialità crìptica ed elitaria» e che «l'architettura resti confinata in uno sterile accademismo». Potremmo dire forse che tutto è cominciato con la Neue Wache di Berlino progettata da Kart Friedrich Schinkel (1816-1818). Ma certo è che veri e propri «punti di non ritorno» sono Stati il Guggenheim di New York (1943-58) disegnato da Frank Lloyd Wright e il suo confratello di Bilbao progettato da Frank O. Gehry (1991-97). Quest'ultimo in particolare, oltre ad aver letteralmente cambiato la faccia della città, riuscirebbe (secondo i più critici) ad attirare i visitatori per lo stupefacente edificio e non tanto per il valore delle opere d'arte contemporanea che vengono esposte. Sia come sia, impossibile ormai far nascere un nuovo museo senza ricorrere a qualche architetto superstar. Così l'elenco dei nuovi nati rappresenta una summa del progettare «ad effetto», anche se non sempre si riesce a raggiungere il livello di equilibrio tra «contenuto» e «contenitore» dell'Art Kimbell Museum di Forth Worth disegnato da Louis Kahn. Ecco così il Phaeno Science Center di Wolfsburg e il Museo di Ordrup, in Danimarca, entrambi firmati dal Tanglo-iraniana Zaha Hadid (ancora alle prese con il completamento del Maxxi di Roma) ; lo Schaulager di Basi-lea di Herzog de Meuron, il Mart di Rovereto di Mario Botta; l'High Museum di Atlanta (con Renzo Piano che si confronta con successo con il precedente progetto di Richard Meier). Fino al prossimo, nuovo Beaubourg che Philip Gumu-chdjian e Shigeru Bau costruiranno a Metz. La lezione della piramide di Pei al Louvre e di Piano con il Centre Pompidou ha dunque dato i suoi frutti anche se Isozaki a Firenze non riesce ancora a mettere in piedi la sua pensilina per gli Uffizi. Il risultato? Sono edifici belli, curiosi, addirittura un po' folli che sanno stupire e che rappresentano uno dei grandi fenomeni culturali dei nostri tempi. Tanto che, ad esempio, il Jùdisches Museum di Berlino, progettato da Daniel Libe-skind, è stato visitato, ancora vuoto, da oltre 350.000 persone. L'Europa, in tutto questo, fa oltretutto la parte del leone. Basti pensare al Vienna Museums Quartier, che è ormai considerato uno dei dieci maggiori complessi museali al mondo: due grandi edifici moderni, progettati dallo studio Ortner Ortner, che affiancano uno spazio con costruzioni settecentesche di Fischer von Erlach, per un totale di 60.000 metri quadrati. Un caso sintomatico anche del desiderio di sorprendere che colpisce a volte direttori di gallerie: lo scorso inverno, una grande parte del museo è stata addirittura trasformata in un paesaggio invernale con tanto di pista di pattinaggio, igloo in cui poter bere il punch, guardare i film e (solo se ce ne fosse rimasto tempo) la collezione e l'installazione del suono e della luce appositamente creata da Robert Spour. Sorprendere è la parola d'ordine. Ma per sorprendere, i musei e gli architetti hanno saputo escogitare soluzioni infinite: dalla Tate Modern di Londra che Herzog e de Meuron hanno trasformato da centrale elettrica in galleria, ai musei di Calatrava a Valentia e Milwaukee che ricordano una gigantesca balena bianca, passando per i riusciti esperimenti di Rafael Moneo con il Moderna Museet Arkitekturmuseet di Stoccolma e di Renzo Piano con la Fondation Beyeler di Basilea.