Il vaso di Euphronios, il tesoro di Morgantina e altri preziosi reperti resteranno nei musei Usa fino a tutto il 2007, a patto che si riconosca la proprietà dello Stato italiano. Torneranno a casa, forse. H ministro Buttigliene si è dichiarato «cautamente ottimista» di vedere un giorno in patria il cratere di Euphronios, gli argenti di Morgantina e altri splendori di casa nostra (22 in tutto) che il Metropolitan Museum di New York esibisce con orgoglio. E magari nel frattempo vedere una bella targa accanto a quei tesori con su scritto «proprietà dello Stato italiano». La richiesta ufficiale è partita la settimana scorsa. Perché sono nostri, ne abbiamo le prove. Ottime prove tecniche, scientifiche, storiche, di quel traffico illecito di tesori che da sempre prosciuga la nostra penisola per inondare musei e collezioni del mondo. Soprattutto statunitensi. Un "mercato" che negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso ebbe un'impennata notevole. Non a caso il vaso attico trovato a Cerveteri è tra le bellezze del Met dal 1972, e gli argenti ellenistici della Sicilia dal 1981-82. Ma ora a poco a poco molte trame stanno tornando a galla grazie all'opera infaticabile dei nostri 007 dell'arte. E a sequestri importanti come quello al Porto franco di Ginevra del 1995 di migliaia di reperti e di fotografie di reperti. Di provenienza italiana e di proprietà del commerciante d'antichità Giacomo Medici, già condannato in primo grado nel 2004 a dieci anni di carcere e al risarcimento di dieci milioni di euro al nostro Ministero. Un personaggio ben noto al Getty Museum di Los Angeles la cui ex curatrice per l'antichità, Marion Trae, è dal 16 novembre scorso sotto processo a Roma. L'azione dell'Italia è a tutto tondo. I musei statunitensi interessati sono molti e diversi tra questi hanno già chiesto di discutere bonariamente la questione. Stanno venendo a Canossa. «Certamente la vicenda processuale del Getty ha dato un'accelerazione notevole», osserva Giuseppe Pro-ietti, direttore del Dipartimento per la ricerca, l'innovazione e l'organizzazione del ministero dei Beni culturali. «Anche col Getty avevamo già provato a ragionare tre anni e mezzo fa ma non ci hanno dato ascolto. Così siamo passati alle vie legali». Ovviamente il processo ora in corso è ad personam e non all'istituzione e ribadirlo è opportuno. Ma già molti documenti, come per esempio quelli rivelati mesi fa dal «Los Angeles Times», mostrano che «il Getty sapeva» della provenienza poco chiara di diverse sue acquisizioni. In realtà l'Italia non cerca conflitti. Da anni è in prima fila nel proporre al mondo intero alternative più ragionevoli della incondizionata rivendicazione dei beni. Di promuovere la "via Met" piuttosto che la "via Getty", sempre che l'accordo con il Met vada in porto. Il suo direttore Philippe de Montebello è venuto in Italia nel novembre scorso e ha ricevuto una proposta semplice: tu riconosci che quei tesori appartengono all'Italia e noi ti concediamo di tenerli ancora per tutto il 2007, e poi ti prestiamo a rotazione altri nostri tesori di eguai valore. Non vogliamo prosciugare la tua collezione ma piuttosto arricchirla di eventi. Purché la proprietà italiana di quei beni sia chiara e indiscussa. Se mai firma vi sarà su quest'accordo sarà di rilevanza storica. Un modello per gli altri musei americani e non solo. E un freno alla sete americana (e non solo) di opere d'arte: la circolazione di beni come antidoto al mercato clandestino. Una soluzione efficace. Lo sappiamo bene. Il 19 gennaio è stato firmato il rinnovo dell'accordo Italia-Usa del 2001 che ha impegnato e impegnerà gli Stati Uniti a operare restrizioni sull'importazione di antichità italiane, e l'Italia a concedere agevolmente prestiti di opere a medio termine e intere mostre. Come quella su Stabia che è già stata a Washington, in Nevada e in Arkansas e presto andrà in Ca-lifornia, Wisconsin e Florida. Il risultato? «In cinque anni non è giunto alle frontiere statunitensi nessun oggetto archeologico privo di chiara certificazione di provenienza dall'Italia», continua con orgoglio Proietti. «Se qualcosa è entrato lo ha fatto illegalmente ed è perciò perseguibile». E la dice lunga il fatto che alcuni privati, galleristi e musei, abbiano fatto lobby per impedire il rinnovo dell'accordo. Inutilmente. Anche grazie al supporto di privati cittadini statunitensi riuniti sotto la sigla Safe (www.savingantiquities.org) che hanno raccolto firme e le hanno presentate nel settembre scorso a Washington al Comitato consultivo incaricato di esprimersi sul rinnovo. È bello sapere che oltreoceano c'è chi ha a cuore i beni di casa nostra. Gente comune disposta a mobilitarsi per noi. Gente consapevole che la storia perde significato se i suoi tasselli vengono dispersi. Ed è bello leggere sui giornali statunitensi e del mondo pagine intere sul processo Trae e il possibile accordo col Met. «New York Times» e «Los Angeles Times» non si sono persi un'udienza. Mentre per contro i giornali di casa nostra hanno parlato del processo al suo esordio e poi non più. Sull'accordo Met solo qualche accenno, specie sulla stampa specializzata. Sulla firma di giovedì scorso il vuoto cosmico. Eppure si parla di noi, del nostro patrimonio culturale che tanto vantiamo essere unico al mondo. È così che ci preoccupiamo della sua sorte?