Nei giorni scorsi ha ricevuto il battesimo il neonato «Centro conservazione e restauro "La Venaria Reale"». Un centro presieduto da Carlo Callieri che nei fatti si pone come terzo polo del restauro in Italia dopo l'Istituto centrale del restauro di Roma e l'Opificio delle Pietre dure di Firenze. Occasione di questo battesimo è stato un convegno su un tema di fondamentale importanza strategica per qualsiasi politica di tutela: la formazione dei restauratori. Quella a cui in gran parte dell'Europa provvede l'Università, e che in Italia è stata invece finora completamente trascurata: creando il marasma dei circa 60-70mila restauratori oggi attivi nel nostro Paese che sono in grandissima parte giovani "auto-formati" perché traditi da uno Stato che ha finora negato loro il diritto del libero accesso allo studio. Oggi le cose stanno tuttavia cambiando. Di là delle scuole annesse, nel 1939, all'Icr e, nel 1975, all'Opd, della formazione dei restauratori si occuperà sperimentalmente il Centro di Venaria; ma anche se ne sta occupando da qualche annc l'Università, ad esempio quella di Urbino. Inevitabile però è chiedersi a quale nuovo progetto di tutela si voglia finalizzare la formazione dei nuovi restauratori di Venaria e dell'Università. Una domanda retorica, la mia, visto che un nuovo progetto di tutela del nostro patrimonio artistico oggi in Italia non esiste. Anzi, un nuovo progetto di tutela c'è da trent'anni. Vale a dire la "Conservazione programmata" ideata negli anni 70 del 900 da Giovanni Urbani dalla direzione dell'Icr, che poneva al centro della questione conservativa il rapporto tra patrimonio artistico e ambiente e che è rimasta praticamente sulla carta. Allora, se manca un progetto di tutela a cui incardinare la formazione di questi futuri restauratori, quale è la ratio su cui si vanno conducendo le migliaia di restauri eseguiti ogni anno nel nostro Paese? Domanda più che legittima a cui va risposto che ancora si agisce sulla base dell'immarcescibile legge di tutela del 1939 (nr. 1.089), confluita uguale nel testo unico del 1999 e rimasta spina dorsale del nuovo-vecchio Codice del 2004. Legge che vedeva (e vede) nello sporadico restauro estetico di singoli manufatti l'unica forma di tutela materiale attiva del patrimonio artistico; quindi restauri disposti come se fossimo nell'intatta situazione ambientale dell'Italia precapitalistica del 1939 e in gran parte eseguiti dai 60-70mila restauratori auto-formati di cui si è appena detto. Emerge evidente a questo punto la ragione dell'importanza del neonato Centro di Venaria Reale. Sorto grazie a un'inedita quanto innovativa sinergia tra Stato, Regione, Università, Enti locali, Impresa privata e Fondazioni bancarie, esso potrebbe divenire il modello nazionale per la promozione di un grande e condiviso progetto nazionale di riforma delle politiche di tutela che, nel rispetto delle reciproche competenze, finalmente si misuri con la realtà d'oggi; e non più con quella dell'Italia con il duce e il re della legge 1.089 del 1939. Un progetto condiviso il cui principale attore nei campi di formazione e ricerca non può essere che l'Università, come del resto accade in tutte le nazioni progredite del mondo. Né per caso insisto sul termine "condiviso". Il così poco italiano senso del lavoro in comune era infatti un altro dei fini che con più radicata convinzione civile Giovanni Urbani perseguiva. Come anche si evidenzia nel frammento di un testo che qui cito, in cui lo stesso Urbani nel 1979 (!) paventava un futuro arroccamento dell'amministrazione dei beni culturali nel settore formativo. L'arroccamento che oggi sembra di vedere nella sostanziale opposizione del ministero per i Beni culturali verso l'opportunità che la formazione dei restauratori avvenga in linea con l'Europa, cioè all'interno dell'Università: «Se così sarà, è facile prevedere che nel giro di pochi anni le Soprintendenze potran-no vedersi relegate, in questo delicatissimo settore, a un ruolo subordinato rispetto a Regioni, enti locali e forse Università. Eventualità a cui sarebbe vano, se non addirittura controproducente, opporsi solo per spirito di corpo o peggio di corporazione. Se di un'istituzione vengono messe in gioco le sue stesse ragioni d'esistenza, questo avviene perché, per un motivo o per l'altro, si tratta di ragioni non più ricevibili da una comunità che ha comunque titolo per pronunciarsi su di esse. Ed è a questa comunità che l'istituzione deve allora fornire decisamente nuove e incontrovertibili ragioni della propria esistenza».
Un castello di restauratori: il nuovo centro di Venaria per i futuri professionisti della conservazione
Il neonato Centro conservazione e restauro "La Venaria Reale" è stato inaugurato con un convegno su un tema fondamentale per la politica di tutela: la formazione dei restauratori. In Italia, la formazione è stata trascurata e i restauratori sono stati "auto-formati" senza accesso allo studio. Il Centro di Venaria Reale potrebbe diventare il modello nazionale per un grande progetto di riforma delle politiche di tutela. Il progetto dovrebbe essere condiviso tra Stato, Regione, Università, Enti locali, Impresa privata e Fondazioni bancarie. L'Università dovrebbe essere il principale attore nei campi di formazione e ricerca.
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