Secondo una ricerca commissionata dalla Direction de l'architecture francese ai progettisti Lacaton Vassal, autori del rinnovamento del Palais de Tokio a Parigi, riqualificare il patrimonio immobiliare esistente conviene rispetto alla demolizione «Senza clamore, con discreta ricercatezza, si sta sviluppando un modo lieve e disincantato di affrontare il compito architettonico. Ciò per merito di un lavoro abbastanza diffuso, svolto principalmente da giovani architetti intenti a realizzare piccoli interventi con poca spesa e molto impegno progettuale. Ne discendono costruzioni più simili a installazioni che a edifici tradizionali»: queste parole di Pierluigi Nicolin, sul numero monografico dedicato nel 2000 da «Lotus» al rapporto fra architettura e arte povera, descrivono bene le scelte progettuali degli architetti francesi Anne Lacaton e Jean Philippe Vassal. Quando nel 1999 vengono chiamati a progettare l'interno del Palais de Tokio, sede del Musée d'Art Moderne di Parigi, Lacaton Vassal decidono infatti di realizzare uno spazio «non finito», dove il concetto di temporaneità possa apparire evidente nella scelta dei materiali e nella totale assenza di finiture. In questo modo lo spazio potrà essere ogni volta interpretato dall'artista, mentre l'uso di materiali lasciati grezzi - come il cemento dei pilastri o le travi a vista dei solai, in contrapposizione con i volumi bianchi - definisce in maniera forte i possibili legami con l'arte povera. Tale impostazione è confermata da altri progetti che i due architetti hanno realizzato già a partire dal 1993. Nella maison Latapie, per esempio, la richiesta di una abitazione economica da parte dei proprietari viene soddisfatta costruendo un volume dalla forma minimalista, con la parte che affaccia sulla strada in fibrocemento, mentre quella retrostante, che si apre sul giardino, è in struttura portante metallica rivestita con pannelli di pvc. Proprio la scelta del pvc, se da un lato consente di ragionare sul concetto di leggerezza e di rapporto con il paesaggio, dall'altro tende a nobilitare - come avviene spesso nelle architetture di Lacaton Vassal - un materiale di solito usato per realizzare baracche e capannoni industriali. Nel 2004 la Direction de l'Architecture et du Patrimoine del ministero della cultura francese incarica Lacaton Vassal, insieme a Frédéric Druot, di realizzare uno studio sui grands ensembles residenziali. Prende così avvio una analisi sugli edifici residenziali realizzati negli anni 60-70, nella prospettiva di una strategia migliorativa che prevede di intervenire con un progetto architettonico di riqualificazione degli spazi interni, delle facciate e della vivibilità degli alloggi. Il concetto di riciclo appartiene del resto all'esperienza africana di Vassal, originario di Casablanca, che non a caso afferma: «Si va più lontano quando si parte da qualcosa (quelque chose) piuttosto che da zero... La forma di intelligenza che si organizza a partire da quelque chose è più ricca della tabula rasa». Lo studio delle capanne indigene, che diventano un archetipo per le architetture di LacatonVassal, determina così il tentativo di rielaborare forme minimali semplici applicando le varianti dei materiali utilizzati. Attraverso il rifacimento di alcune parti come balconi, finestre, e spazi interni per recuperare volumetrie e luminosità, si punta a una riqualificazione delle residenze, che in parallelo offre agli abitanti l'opportunità di migliorare le proprie condizioni di vita. Ma questo obiettivo presuppone anche una considerazione di altra natura: mantenere edifici di qualità è più vantaggioso economicamente che demolirli. Prende corpo così una tendenza che si contrappone alla vecchia politica francese di demolizione-ricostruzione iniziata con il barone Haussmann e proseguita fino a oggi. Una tendenza, questa della riqualificazione, che trova conferma anche nell'intervento di Rudy Ricciotti sulla Rive Gauche per il riuso di un silos per funzioni universitarie: qui addirittura la scelta dell'architetto di non aderire al bando del concorso, tradotta appunto nel mantenimento dell'esistente (e quindi nel riconoscimento di una sua qualità architettonica ), ha consentito al progetto di Ricciotti di aggiudicarsi la vittoria. Nella pubblicazione che raccoglie i risultati della loro ricerca, Plus. Les grands ensembles de logements.Territoire d'exception, edita dalla Direction de l'Architecture e presentata domani a Roma (vedi la scheda a fianco), LacatonVassal e Druot analizzano le tipologie di cinque casi esemplari: Aulnay-sous-bois, Le Havre, Nantes, Rouen, Trignac. Per tutti vengono messi a confronto i costi di demolizione e ricostruzione con i costi di riqualificazione funzionale degli insediamenti, ed emerge con evidenza come sia più conveniente lavorare sul patrimonio immobiliare esistente: se per demolire e ricostruire occorrono mediamente 167.000 euro per alloggio, ne sono sufficienti solo 17.000 per riqualificare. Una parte consistente della ricerca è inoltre dedicata allo studio delle tipologie degli alloggi, e all'inserimento di nuove funzioni (hammam, uffici, lavanderie, piscine, spazi comuni) che tengono in considerazione la mixité culturale degli abitanti. L'attenzione dimostrata dalla Direction de l'Architecture francese nel ripensare i quartieri residenziali, affidando un incarico a un gruppo di architetti indipendenti, ossia non impiegati al ministero, consente una lettura autonoma e critica dell'esistente per ripartire con proposte fattibili. Questo atteggiamento rimane, per ora, una utopia per la omologa italiana Darc (Direzione per l'architettura e l'arte contemporanee) sia per la scarsa attenzione da parte del ceto politico, sia per la ridottissima disponibilità economica che non consente una programmazione di interventi sul territorio, accompagnata da una adeguata legislazione.