Come sono lontani i tempi in cui l'Italia era il grande emporio di oggetti d'arte, terra di conquista per antiquari senza scrupoli, critici d'arte disinvolti, e grandi collezionisti soprattutto americani. Allora occorreva che lo Stato si facesse severo gendarme producendo notifiche e vincoli per riportare le opere notevoli di privata proprietà nella stessa condizione di controllo e di tutela delle opere di proprietà pubblica. Interi musei americani sì pensi all'Isabella Stewart Gardner di Boston erano stati costituiti con capolavori provenienti dall'Italia, da Bernardo Daddi a Tiziano, dai pittori primitivi ai maestri del Rinascimento, grazie ai buoni uffici di Bernard Berenson. Il grande studioso di origine lituana individuava in case e anche chiese capolavori che potevano essere legittimamente alienati ed asportati. Grande predatore, Berenson.. con Duveen, inventò per i quadri italiani il mercato americano. Molti capolavori allora partirono e sono oggi visibili a New York, a Boston, a Philadelphia, a New Haven, a Springfield. Ormai la strada era aperta: sarebbe toccato a Lionello Venturi, e poi a Roberto Longhi, e poi a Federico Zeri ripercorrerla con bagaglio ridotto, ma pur sempre notevole. È l'ora del grande antiquario, e le preoccupazioni sono tante: l'Italia potrebbe svuotarsi. Per questo la legge si fa sempre più severa e riduce il mercato dell'arte italiana a un ghetto, a un territorio sottoposto a embargo, senza sfoghi e aperture. Intanto l'Italia viene distrutta, edifici abbattuti, intere collezioni disperse, manutenzioni insensate; i vincoli cadono più facilmente su singole opere che su complessi, parchi, giardini storici. Tutto può accadere, ma un dipinto notificato non si può più muovere dàlla sua sede d'origine. Una qualche motivazione c'è, se è vero che, con arbitrio, rispetto alla legge ormai vigente, esce dalla Collezione Barberini un capolavoro come il Cristo fra i dottori di Durer destinato al Barone Thyssen, e quindi prima a Lugano poi a Madrid. Alessandro Contini Bonacossi tiene aperto il mercato americano per Roberto Longhi, ma dopo la sua morte apparirà uno scandalo il baratto fiscale con lo Stato italiano per ottenere la libera circolazione di alcuni capolavori finiti poi al Louvre: la Crocifissione di Giovanni Bellini e la Natura morta con limoni e cedri di Zurbaran. È ormai storia recente. Quelle leggi, pur severe, non sono bastate. Intanto si crea una corrente inversa: il rapporto di reciproca diffidenza fra i fun-zionari delle Belle Arti e gli Antiquari, talvolta mantenuto con formidabili colpi di scena comincia lentamente a cambiare di segno. Si configura una fascia alta di mercato che presuppone antiquari responsabili e collezionisti colti in imprevedibile espansione. Contemporaneamente il mercato fuori d'Italia si comprime e si riduce ad alcune epoche e ad alcuni autori molto ricercati, talvolta correggendo gusti e scelte dei decenni precedenti. Così avviene che alcuni musei americani mettano in vendita opere di maestri del tardo Cinquecento o del Seicento, manieristi e pittori della realtà. Ritornano sul mercato dipinti del Ceniti o del Marescalchi, mentre cresce l'interesse per autori come Guercino o Mattia Preti. Non è raro il caso di collezionisti che stabiliscono un processo inverso, così che opere acquistate sul mercato inglese o americano vengono poi legate a musei italiani. È quanto è accaduto della importante collezione di maestri emiliani del Seicento, da Guido Reni a Domenichino, a Guercino, di Sir Denis Mahon. È proprio forse questo l'episodio più eloquente di un'inversione di tendenza che rende obsolete e perfino dannose le leggi di tutela, basate sul sospetto e la diffidenza, in un clima protezionistico che non ha più ragion d'essere. Dunque i grandi mercati si sono trasferiti negli anni Settanta-Novanta a Londra e New York; negli ultimi anni ha acquistato vigore anche il mercato francese; mentre quello italiano si è sempre più chiuso o marginalizzato. Senza particolari vantaggi per la tutela che, miopemente attenta alle singole opere, spesso ha trascurato la tutela di complessi organici e insostituibili, talvolta singolarmente meno significativi ma straordinari come insieme di arredo e di decorazione. La spoliazione spesso praticata in modo selvaggio di mobilia pertinente a una villa o a un palazzo (ultimo grave scandalo, nell'impotenza dello Stato italiano, la vendita delle memorie rilkiane del castello dei Thurm und Taxis a Duino), è certamente più grave della vendita di un singolo capolavoro di un maestro antico fuori del contesto originale: una tavola o una tela del Cinquecento o del Seicento non più nel suo sito originale può indifferentemente essere conservata in un museo italiano o in un museo americano. D'altra parte, in un contesto di straordinaria raffinatezza nessuno, può lamentare l'extra territorialità delle Stigmate di San Francesco di Giovanni Bellini ora nella Frick Collection di New York. Nulla quaestio, rispetto, alla sua originaria provenienza, per un Van Gogh che, invece che a Amsterdam, si ritrovi nella Collezione Fortbat a Buenos Aires. Si è così determinato un fenomeno nuovo, da almeno un decennio: nelle grandi aste a New York o a Londra, i dipinti italiani sono al 90 acquistati da mercanti e collezionisti italiani. Così, invece che uscire, i dipinti rientrano, e nutrono nuclei e collezioni di appassionati italiani. È inutile ricordare i casi storici di Luigi Magnani e di Amedeo Lia, campioni di un collezionismo che si è stabilito in pubbliche istituzioni, in fondazioni e musei. Esiste un collezionismo rigorosamente privato che pretende capolavori italiani antichi e moderni e che ha le sue fonti nelle grandi aste internazionali, tra opere conclamate e scoperte. Le raccolte di artisti napoletani di Massimo Pisani a Napoli, la sequenza di maestri del Novecento nella Collezione Maramotti a Reggio Emilia e Forchino a Torino, le collezioni, di respiro più ambizioso Ceniti a Torino e Ducrot a Roma. Purtroppo interrotta dalla fine di una vita straordinaria è la collezione di maestri fiorentini del Seicento, costituita come nucleo di studio da Piero Bigongiari e ora destinata a museo nella città di Pistoia. Un'ambiziosa e magnifica Wunderkammer, insieme a molte altre collezioni, è stata costituita in pochi anni dall'irriducibile Luigi Koelliker, che si è già stabilito in fondazione di pubblico interesse preludio di una definitiva sistemazione museale. Ciò che un giorno fu tolto, oggi è restituito e ciò che fu disperso nei grandi musei internazionali depauperando l'Italia, anche per il cinismo di studiosi come Bernard Berenson, è compensato dalle scoperte e dai recuperi in tenitori per lungo tempo abbandonati e lentamente riconquistati dalla curiosità e dalla passione di antiquari illuminati.
Italia, brame e intrighi dei predatori d'arte
L'Italia è stata un grande emporio di oggetti d'arte, ma negli anni la legge si è fatta più severa per proteggere le opere d'arte. Molti capolavori sono stati venduti all'estero, come a New York e Londra, e sono ora visibili in musei americani. La legge ha anche limitato il mercato dell'arte italiana, rendendolo un ghetto. Tuttavia, negli ultimi anni, il mercato dell'arte è cambiato e ora i dipinti italiani sono acquistati da mercanti e collezionisti italiani. Questo ha portato a una rinascita del collezionismo privato e a nuove raccolte di artisti italiani.
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