Ho avuto modo verso la fine del 200l di recarmi presso la sede della Banca d'Italia a Roma, per acquisire elementi certi relativi al cosiddetto "tesoro della Corona": ciò soprattutto per favorire, in qualche misura, l'avvio di una procedura che consentisse l'utilizzazione dei gioielli, facenti parte appunto del tesoro, che si trovavano nella "sacrestia" della suddetta Banca allora da 55 anni, oggi da quasi 60 anni e cioè dalla fine della Monarchia. In tutti questi anni i gioielli sono rimasti chiusi in un unico contenitore, adeguatamente controllato e sottoposto a una sola dettagliata verifica, 30 anni fa, con immediato sequestro da parte della magistratura romana. I preziosi subirono vicissitudini rilevantissime negli anni 1943-44 quando i militari tedeschi subito dopo l'armistizio non riuscirono a impadronirsene per merito d'alcuni zelanti e coraggiosi funzionati delle Stato italiano che li naseosero in una grotta sita nei cunicoli scavati sotto via Nazionale, dove ha sede la Banca d'Italia: il tutto avvenne con il consenso del governatore di allora, Vincenzo Azzolini, che utilizzò il lavoro di un muratore, (...) Enrico Fidani, il quale seppe mantenere il segreto durante i lunghi mesi dell'occupazione tedesca. Fu così che il tutto potè essere recuperato permettendone la consegna, il 6 giugno 1944, alla famiglia reale, nella persona di Umberto II di Savoia nel frattempo divenuto Luogotenente. Esattamente due anni dopo, Umberto II di Savoia (alla vigilia dell'esilio) consegnò i gioielli al ministro della Real Casa Falcone Lucifero con l'ordine di affidarli all'allora governatore della Banca d'Italia Luigi Einaudi. Il ministro Falcone Lucifero eseguì puntualmente l'ordine il 5 giugno 1946 (poche ore dopo la fine degli scrutini sul referendum Monarchia - Repubblica) consegnando come "deposito volontario a disposizione di chi di diritto" i gioielli a Luigi Einaudi che era accompagnato da Domenico Menichella: il Re alla vigilia della partenza per Gascais con gesto apprezzato non volle infatti privare l'Italia dei gioielli-simbolo, né volle essere chiamato a decidere a chi appartenessero i preziosi. Al momento della consegna il primo oggetto catalogato e censito, con gli altri, su fogli di carta bollata da 12 lire risulta essere "un grande diadema a undici volute di brillanti, con 11 perle a goccia, 64 perle tonde e 1040 brillanti", appunto il famoso diadema che appare in tanti ritratti della Regina Margherita e forse anche della Regina Elena: è stato anche scritto, ma non documentato, che primo promotore della raccolta sia stato il re Carlo Alberto. Sempre secondo le notizie acquisite ufficiosamente i soli brillanti della Corona sono complessivamente 6732 per oltre lOmila grani: una sola collana, è stato scritto, sarebbe composta di 1859 brillanti o brillantini. In tutto si tratterebbe inoltre di 4 collane, 2 braccialetti, eppoi orecchini, un diadema rilevante e altri diademi non numerosi: uso il condizionale perché sono state dette e scritte molte cose in proposito. Nei provvedimenti seguenti alla confisca dei beni della corona (soprattutto immobili) non si trova traccia di decisioni relative a quel tipo di beni mobili. IL SEQUESTRO DEI MONILI. Nel '73 circolarono strane voci circa un uso ingiustificato di taluni gioielli: addirittura sarebbe stata vista, indossata da un'illustre signora romana, una preziosa spilla che Mafalda di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele III e sorella di Umberto II, al momento di salire in treno per essere condotta nel campo di concentramento nazista di Buchenwald (dove trovò tragica e commovente morte) portava sulla giacca e che avrebbe consegnato a una delle persone che l'accompagnarono alla stazione ferroviaria di Roma. Venne allora eseguita una ricognizione molto accurata da parte del magistrato Scopellitti della Procura della Repubblica di Roma che, accompagnato dal Capitano Varisco (sono tragicamente scomparsi entrambi: la prima vittima di un agguato mafioso, il secondo del terrorismo) e dal gioielliere Bulgari, controllò che tutti i gioielli fossero presenti (e lo erano) nel grande contenitore avvolto, ora, da una fascia di tela cerata sulla quale sono stati apposti adeguati sigilli di ceralacca. Il magistrato ordinò il sequestro dei monili. Da allora i gioielli sono ancora sottoposti allo stesso provvedimento giudiziale come risulta anche da una nota del Segretario Generale del Quirinale, che definisce la Banca d'Italia «il mero custode del deposito chiuso». IL VALORE DEI BENI. Non sta ovviamente a me indicare chi sia il proprietario dei preziosi che costituiscono però un segno della Storia d'Italia e che sono entrati nel patrimonio del nostro paese, anche per un gesto di liberalità del re Umberto II (ritengo che gli eredi del Re, non ne sono sicuro, ma lo auspico, non intendano rivendicarne la proprietà). Personalmente non conosco il valore dei beni che, nel 1946, il gioielliere Ventrella, che accompagnò il Ministro Lucifero in Banca d'Italia, ritenne di poter stimare in una cifra già considerevole per l'epoca; non so neppure se tra essi (appare più che probabile) siano davvero compresi tutti i diademi delle Regine Elena e Margherita, come taluni hanno scritto, riferendo di oltre 6000 brillanti disposti su diversi pezzi. Il valore dei beni prima che economico è di natura storica. Ciò che appare strano e illogico è che i gioielli debbano continuare a restare inerti e nascosti, seppure adeguatamente protetti, nei forzieri della Banca d'Italia che ha sempre svolto il ruolo di attento custode ma che non può decidere, anche per il vincolo giudiziario, quale destinazione dare ai beni. LA GIUSTA DESTINAZIONE. Le gioie potrebbero, è un modesto suggerimento, essere esposte, altrettanto protette, in una sede adeguata che potrebbe essere, non è solo campanilismo il mio, quella di Torino, prima capitale d'Italia. Nel senso appena suggerito si pronunciò già, apertamente, nel 1996 il sindaco di Torino Valentino Castellani e così anche due assessori torinesi di allora Gianpiero Leo ed Ugo Perona. Anche Vittorio Emanuele di Savoia, figlio di Umberto II si sarebbe, uso il condizionale trattandosi di affermazioni non ufficiali (siamo nel '95), pronunciato per una destinazione torinese. Il ministro della Giustizia e così il ministro dei Beni Culturali hanno altresì dichiarato, dieci anni fa, che nulla ostava al trasferimento a Torino. Da parte della Banca d'Italia venne detto ufficiosamente che una volta rimosso il vincolo giudiziario della Procura di Roma si potevano restituire i beni a chi dimostrasse «sulla base di una tutela idonea» di averne diritto. L'assessore torinese Leo propose: «Manteniamo i gioielli in possesso della Banca d'Italia sede di Torino (finché non si sarà fatta chiarezza sulla piena titolarità dei beni)». La proposta non ebbe seguito nonostante la disponibilità -espressa dal presidente Comba - della Fondazione Crt di Torino a farsi carico di taluni oneri. Credo che il diritto di Torino non possa essere disconosciuto. LA PROPOSTA. C'è infine da ricordare le parole del governatore di Bankitalia Guido Carli, il quale riferì a un settimanale nazionale (siamo nel '73!) di un possibile deterioramento che potevano aver subito, in tanti anni (allora 27 oggi circa 60!) alcuni gioielli e in particolare le perle che secondo gli esperti dovrebbero essere esposti a luce e aria. Dei gioielli si dimenticarono in tanti: in primo luogo il legislatore che - come ho detto - decise sulla dotazione complessiva della Corona e così l'apposita commissione interministeriale che eseguì la volontà della Camera. Ora è giunto il tempo di fare chiarezza, di decidere, di uscire dall'impasse. La buona volontà del governo espresso dalla Segreteria Generale di Palazzo Chigi, dalla Banca d'Italia, dai Comuni interessati (in primo luogo Torino e Roma) valga a favorire la costituzione di una commissione che decida: la semplice costituzione della commissione che preluda al trasferimento a Torino dei preziosi (dove potranno essere utilmente esposti) sarebbe un bel regalo alla città sabauda magari in occasione delle ormai imminenti Olimpiadi.
Libero
20 Gennaio 2006
Ridateci il tesoro dei Savoia
RA
Raffaele Costa
Libero
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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