Un governo "di Attila". Tutto tagli e condoni. Due colpevoli principali: Tremonti e Urbani. L'ex ministro va all'attacco e progetta il futuro: "New Deal della bellezza" Colloquio con Giovanna Melandri di Alessandra Mammì Un vero j'accuse. Basta scorrere l'indice del libro di Giovanna Melandri "Cultura Paesaggio Turismo" (Gremese editore). Il titolo è neutro, ma il sommario meno. Capitolo terzo: "2001- 2006: gli Attila della bellezza". E poi giù capitoletti sui Beni culturali ai tempi della destra che recitano: "meno risorse", "meno tutela", "meno restauri" "meno musei" "meno Stato" e persino "meno privato". E di contro, ecco il sottotitolo che raccoglie lo spirito dell" intero volumetro "per un New Deal della bellezza italiana": programma di governo consacrato dalla prefazione di Romano Prodi. E New Deal suona bene in bocca a Giovanna Melandri: pronuncia perfetta, ancoraggio ai valori sociali e spirito americano rooseveltiano, che la fa parlare del patrimonio come «una risorsa preziosa che ci aiuta a mantenere vivo il senso di una comune appartenenza, ma rappresenta anche un'occasione irrinunciabile per creare sviluppo e occupazione». L'ex ministro ne ha per tutti, dai liberisti a oltranza agli irriducibili del protezionismo. "Attila della cultura e della bellezza". Il giudizio non è troppo drastico? «Semmai è netto, non temperato. Ma in questo campo la devastazione è stata profonda, lucida e consapevole. Le vicende di questi anni avrebbero dovuto occupare le prime pagine. Purtroppo non è stato cosi». Quelle di colore però le hanno occupate: tra le gaffe, le intemperanze di Vittorio Sgarbi, i turbamenti di Buttiglione alla Biennale d'arte, le storie tra Urbani e Ida Di Benedetto... «Sono solo elementi folkloristici. Mentre i guasti più profondi, quelli che sarà più difficile guarire, sono su scelte strategiche». Quali? «Il problema di fondo è essere tornati a un tempo in cui le politiche culturali erano marginali. Questo governo ha scelto di non indirizzare fondi in questo settore e i tagli drammatici hanno fatto scattare l'allarme ovunque, persino nella gestione ordinaria dei musei». Una volta lei ha detto che il vero responsabile dei Beni culturali era il ministro delle Finanze Giulio Tremonti. «Lo confermo. Il simbolo di questi anni sono state delle grandi forbici. E intanto il rispetto per il patrimonio è stato calpestato. Rispettare significa dire no ai condoni, non introdurre sanatorie per abusi realizzati nelle aree demaniali, non accettare il criterio del silenzio-assenso per la vendita del patrimonio culturale. Non far prevalere le logiche speculative». È possibile che nella destra nessun uomo di cultura sia sia opposto a tanta devastazione? «Quelli che lo hanno fatto sono stati allontanati. Gente per bene come Domenico Fisichella ha dovuto dimettersi perché ha combattuto il principio del silenzio-assenso. E bisogna riconoscere che persino il mio storico contestatore Sgarbi è stato allontanato nell'unica circostanza in cui aveva ragione. Altri uomini sensibili come Gennaro Malgieri, allora membro della commissione Cultura, hanno tentato di opporsi, ma la marea ha travolto tutti». Salvatore Settis dice che voi per primi avete aperto la breccia per la vendita del patrimonio. «Non capisco sulla base di quali atti pubblici. È una critica ingiusta, la rimando al mittente. Tutte le associazioni di tutela, da Italia Nostra al Fai, Lega Ambiente o Wwf hanno scritto con noi le regole per il trasferimento del titolo di proprietà». Cioè la vendita. «Sì. Ma nei nostri intenti era finalizzata alla tutela attiva di un bene: il privato si impegnava a restaurare e garantire la fruizione pubblica, pena revoca del contratto. Qui invece si vende per fare cassa. Ma il professor Settis non concepisce l'idea che i privati possano diventare soggetti di tutela. In più il professore non ha condiviso la riforma del ministero di Veltroni, che riunificava beni e attività culturali, vedere i musei accanto alla musica gli è sembrato sacrilegio. Parere legittimo sia pure poco moderno. Ma non è legittimo dire che gli orrori di questi cinque anni, i condoni, le svendite, il blocco dell'abbattimento degli ecomostri siano figli del nostro disegno. Per non parlare di cantieri archeologici come la Domus Aurea che noi abbiamo aperto e loro abbandonato». Li giudica responsabili anche del cedimento della Domus Aurea? «Li giudico responsabili della paralisi che ha colpito l'intero sistema dei cantieri di recupero che va dalla Domus Aurea agli affreschi di Piero della Francesca, avviato negli anni con canali di finanziamento straordinari come Lottomanca». Già, che fine ha fatto la vostra finanza creativa, cioè Lottomatica? «Le risorse del Lotto sono state sottratte e destinate in parte allo spettacolo. Dei 200 progetti che avevamo lasciato in parte già finanziati non si è saputo più niente. Tra questi c'era anche l'ampliamento e consolidamento della Domus». Insomma da un lato i tagli dei fondi, dall'altro il patrimonio visto come un pollo da spennare. «Per fortuna la proposta di vendere e di far cassa è stata molto calmierata, perché era un'idea mercantile che non funzionava neanche sul mercato. Così la Patrimonio spa, società a cui era stato affidato il compito, ha preferito puntare su pezzi meno pregiati come le caserme che non il patrimonio storico in senso stretto». Ma nel disegno di questi Attila c'è a suo parere il sospetto che la cultura sia troppo di sinistra? «Mistero. Penso che più che altro sia incuria. Totale disinteresse.» Ha fatto più danni Urbani o Buttiglione? «Urbani ha avuto più anni, dunque ha fatto più danni». Sgarbi ha detto: «Visto che il nostro patrimonio è composto per tre quarti di chiese. Buttiglione è l'uomo giusto»... «Forse ha ragione. Comunque gli va riconosciuto che tra i suoi primi atti c'è stato correggere alcuni elementi del codice Urbani. Però Buttiglione ha la responsabilità grave di non essere riuscito a difendere ì tagli terribili allo spettacolo. Ha tagliato tutto e ha introdotto il reference System; attribuzione di risorse pubbliche su parametri per cui chi è più forte sul mercato prende più soldi. Come per i diritti sportivi. E poi è tornata la discrezionalità dell'amministrazione, che s'arroga il diretto di decidere i finanziamenti fino ad arrivare a casi folkloristici, appunto, come per il cinema il caso Urbani-Di Benedetto». Ma Ida di Benedetto ha sempre affermato che i fondi le arrivavano dalle commissioni del centro-sinistra «Assolutamente falso. Era la commissione istituita da me, ma già modificata nelle persone fisiche». Restando al cinema: il futuro Festival di Roma è una minaccia per Venezia? «Il problema di Venezia va affrontato in sé, al netto di Roma. Non si può gestire un festival internazionale girando intorno al problema come fa il governo da cinque anni: si sono solo preoccupati di nominare subito loro uomini e per niente di difendere le istituzioni cui li avevano messi a capo». Ma ci serve un altro festival del cinema? «La politica del sindaco Veltroni di puntare sull'investimento culturale è strategica e pagante. I risultati in termini di flussi turistici sono eloquenti. Il modello andrebbe anzi applicato all'intero paese». Nel suo libro c'è un capitolo: "Detassiamo la creatività, liberiamo il genio". Che vuoi dire? «È il progetto di trasformare l'Italia in paradiso fiscale per artisti, architetti, scrittori. La piena esenzione per i giovani autori nei primi cinque anni di attività, per gli altri un ampliamento della percentuale di non imponibilità dei redditi derivanti dal diritto d'autore, agevolazioni per autori stranieri che scelgono la residenza fiscale in Italia. Un progetto per fare dell'Italia un sistema culturale competitivo nel mondo, tale anche da poter attrarre qui nuovi geni». Quanto ci costerà? «Faremo un po' di calcoli. È una scelta strategica di chi crede che l'investimento in questo settore produca civiltà». Il suo libro è un programma da ministro... «E un programma di governo indirizzato a Prodi. Per realizzare un New Deal non basta un ministro dei Beni culturali, ce ne vogliono almeno altri 10. È la scelta di un paese. Io faccio solo parte dì una squadra».