Bella ma parziale, l'analisi dal titolo «Signori architetti dov'è la bellezza». Mi prefiggo di completarla, se l'editorialista me lo consente, anche perché sto tuonando da vent'anni sul brutto di questa città e non dall'alto di una cattedra che non ho. Ho urlato e tuonato al recente convegno regionale di urbanistica, contro l'oligarchia di pochi professionisti che da tempi remoti impongono i propri voleri e le proprie brutture ad una città ormai allo stremo delle forze. In luoghi più sani e certamente di più elevata cultura, le vicende dell'Architettura (per cortesia, lasciate la A maiuscola!) passano per concorsi veramente onesti ed autonomi dai condizionamenti del potere politico ed economico. Nei lunghi anni che trascorsi nel Nord Europa vidi giovanissimi colleghi, alcuni ancora studenti, vincere importanti concorsi con la forza delle idee ed iniziare così una carriera che ha portato alcuni di loro ad emergere a fama mondiale. Qui, nella provincia più estrema e desolata, la competizione libera e sana è da tempo bandita, a favore dì una ristretta casta che ha fatto del rapporto con il potere politico tout court il proprio credo di vita e permanenza sulla scena. Quei pochissimi concorsi di cui si ha memoria degli ultimi decenni avevano vincitori conosciuti al pubblico sei mesi prima, con risultati sul campo che ancora gridano vendetta al cospetto di Dio e degli uomini. Un mio vecchio docente mi disse: «Non è una condanna divina che le case popolari debbano essere brutte!». No, è una condanna perpetrata da politici e professionisti, sempre gli stessi, ai quali è stato garantito per ceto dì appartenenza un flusso di incarichi imprenditoriali svincolati dalla qualità dei risultati, senza che questi signori fossero costretti a confrontarsi con se stessi, prima e con gli altri, poi. E gli altri, appunto, una intera generazione di progettisti costretta ad andar via per campare o ad adeguarsi ai condizionamenti locali. Ne risultano progetti senz'anima, così come i loro redattori, basati su una totale assenza di etica, nella vita come nella professione. Credo di aver diritto a queste affermazioni, per aver pagato molto duramente la scelta di vivere a Bari senza confondermi con i «professionisti di regime», quelli che sono sempre in prima fila ad applaudire ì politici di turno. Di cosa allora ci si deve sorprendere se quello che resta di un Murattiano devastato viene allegramente cancellato da interventi privati per megaparcheggi interrati, annullando quel poco che resta della identità dei luoghi, di un verde autoctono che si è pronti a sostituire con fioriere di bassi palmizi e arbusti d'importazione e senza approfonditi studi sulle conseguenze urbanistiche, morfologiche e sul paesaggio urbano? Ma tant'è, eravamo già passati per la Disneyland a cui parte di Bari vecchia è stata ridotta, con sconquassanti risultati sull'immagine ma anche e specialmente sui materiali usati: anche allora, la mia fu fra le pochissime voci (certo, l'unica non accademica, e senza «protezioni») a levarsi in loco, mortalmente colpita da trasversali poteri politici e professionali e ben prima che illustri docenti e progettisti, giunti a Bari per altre vicende, urlassero rabbia per quello che furono costretti a vedere. La bellezza è uno stato della mente e dell'anima: non sono più certo che questa città ne abbia ancora, dell'una e dell'altra. Eugenio Lombardi, architetto
"Bari brutta? Sì, grazie al clan degli architetti"
L'editorialista Eugenio Lombardi critica la città di Bari per la sua bruttezza e la mancanza di bellezza. Egli sostiene che la città è stata costruita da un'oligarchia di professionisti che hanno imposto i loro voleri e le loro brutture senza considerare la qualità dei progetti. Lombardi afferma di aver pagato duramente per non confondersi con questi professionisti e di aver sempre parlato contro la bruttezza della città. Egli critica anche gli interventi privati che hanno cancellato il verde autoctono e sostituito con fioriere di bassi palmizi e arbusti d'importazione. Lombardi sostiene che la bellezza è uno stato della mente e dell'anima e che la città di Bari non ne ha più.
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