La frittura mista non è soltanto un piatto prelibato della nostra cucina di mare, ma anche un nuovo stile di architettura. Basta andare in giro per Bari e fare qualcosa che non siamo più abituati a fare: alzare gli occhi al cielo. Nel centro murattiano troviamo di tutto, in una promiscuità spesso ai limiti dell'indecenza. Lo stupendo palazzo fine Ottocento. Il mirabile inizio Novecento. Lo stile fascista. La bassa macelleria abitativa di qualche fabbricato molto in economia. I dieci piani e i due piani. La pietra bugnata e il vetro e acciaio. Colori che sbattono. E se un giorno un viaggiatore dovesse chiedere qual è lo stile di quello che comunque è un centro storico, sia pure un centro storico numero due dopo Bari vecchia, non sapremmo rispondere, se non frittura mista appunto: da prendere col limone per mitigarne l'unto. A parità di importanza e di grandezza di città, non c'è nulla di simile in Italia, essendo stato trattato, il Murattiano di Bari, con la stessa incultura di tante tristi periferie. C'è stato un sacco di Bari, complice anche l'ingegnoso e devastante meccanismo della permuta: io ti do il terreno, tu costruisci e mi paghi in appartamenti. Tutti contenti senza eccessivo giro di soldi, per i baresi una cosa troppo seria per essere sprecati. E allora, al centro, si è costruito di tutto, anche se non si sarebbe potuto abbattere i palazzi storici. Ma tant'è, bastava che passassero per pericolanti, bastava che si assicurasse una cubatura, insomma una quantità di cemento non superiore a quella precedente, e vai. È stato, questo, anche il periodo in cui si è sistematicamente violata la legge che imponeva che per ogni palazzo ci fosse un garage, per impedire ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti: l'impossibilità di trovare un posto. Anzi i garage sono stati spesso costruiti, ma sono diventati magazzini interni o depositi per magazzini: un affarone a danno di tutti. Perché il nostro mirabile centro, una Parigi col mare, squadrato e perfetto come uno show room, una fiera permanente di vetrine con ogni bendiddio, aveva strade nate per un traffico di carrozze e per una popolazione da palazzotti. Quando i due piani sono diventati sei, non solo hanno oscurato il cielo, ma hanno scaricato su quelle strade una popolazione tripla, soffocando tutto. Epperò nessuno impediva che si salvassero almeno le apparenze. La categoria degli architetti, tanto benemerita in questa città, sempre civilmente impegnata nel suggerire alle amministrazioni, nel bocciare, nell'indignarsi, a quel tempo l'indignazione pare averla dimenticata. La firma su tante solenni brutture è la loro, mica di qualche maestro capocantiere. E se volessimo cordialmente sfidarli, chiederemmo: ci dicano dov'è qualcosa di bello a loro onore nel Murattiano, anzi ci dicano dov'è qualcosa di bello ovunque in questa città, qualcosa che forse occhi profani non vedono, al di là di certe vestigia sopravvissute al passato. Davvero l'unica cosa bella deve essere lo stadio San Nicola, sia pure ridotto (purtroppo) com'è ora e comunque opera di un collega di fuori? Una città, essi giustamente ci insegnano, deve avere una identità, un segno di riconoscimento, diciamo pure un marchio. Qual è l'identità, qual è il segno di riconoscimento, qual è il marchio di Bari? Qualcuno a Bologna, o a Verona, o a Catania, si è sognato di accostare gli stili in maniera tanto meticcia da non riconoscerne più uno? Ci vuole un'abitudine alla bellezza perché i cittadini la colgano e la rispettino. Ma ci vuole anzitutto la bellezza. Altrimenti si capisce, ancorché non si debba mai giustificare, una ostilità verso la città che si manifesta in mille maniere, dalla carta per terra, alle scritte murarie, all'auto in doppia fila. Non vogliamo crocifiggere gli architetti, vorremmo soltanto discutere. Per considerarli anche più credibili quando li sentiamo tuonare dalla loro cattedra contro il pericolo di scelte che offendono il loro (e nostro) buongu