MECENATE? Bella parola antica. Tutta da riscrivere o, almeno, da reinterpretare. «Oggi il ruolo di "patrono delle arti" viene per lo più attribuito a fondazioni, banche, industrie, ma a anche a privati cittadini che promuovono lo sviluppo artistico in molti modi: creando una raccolta e donandola a un museo, finanziando un restauro, promuovendo lo studio, organizzando mostre». Inquadra così, in poche parole, la formula più aggiornata di mecenatismo contemporaneo, lo storico dell'arte Enrico Castelnuovo, relatore a un convegno che si è svolto ieri a Torino su «Principi e mecenati. L'evoluzione del rapporto tra arte, committenza e collezionismo», organizzato da Fondazione Torino Musei e Fondazione CRT, a margine della mostra «Corti e città. Arte del Quattrocento nelle Alpi Occidentali», in programma alla Promotrice delle Belle Arti dal 7 febbraio. A dibattere il tema con Castelnuovo, e illustrare le incessanti metamorfosi del rapporto che lega creazione dell'opera, finanziamento, fruizione e destinazione, un gruppo di esperti, critici e collezionisti, coordinati dal critico Philippe Daverio: Marisa Bruni Tedeschi, Marco Galateri di Genola e Marco Magnifico, assieme a Giovanna Cattaneo Incisa, presidente di Fondazione Torino Musei e Enrica Pagella, direttore del Museo Civico d'Arte Antica e Palazzo Madama. La memoria storica del termine - con riferimento a quel personaggio che diede il nome a tanti cultori e patroni dell'arte - si proietta con formule molto differenti lungo il correre dei secoli. E il «committente munifico del Tre o Quattrocento, che pagava all'artista le sue opere, destinate perlopiù alla fruizione privata», di cui ha parlato Castelnuovo, è tonta ni ssimo parente dell'attuale «patron», che promuove l'arte perché la comunità possa goderne. Da Giulio II, che assoldò Michelangelo perché affrescasse la Sistina a banche, enti pubblicie sponsor vari: un bel salto. A Daverio è toccato l'excursus storico sul tema: dall'accezione d'epoca comunale a quella di marca aristocratica «con il principe che ereditava dal "popolo" la leadership nel settore». Si arriva sino a una modernità che vede l'arte come forma di mero investimento economico o, al contrario, come oggetto del desiderio per privilegiati cultori. Al mondo del collezionismo generoso, appartengono Marco Galateri e Marisa Brutti Tedeschi, che hanno raccontato la storia di importanti raccolte, regalate dalle loro famiglie alla collettività. Dal mecenatismo inteso come «perpetuazione della propria memoria o come strumento per accrescere il prestigio politico», al provocatorio «mecenate da un euro», coniato da Marco Magnifico, amministratore delegato culturale del Fai: «chiunque può e deve sostenere l'arte, rosse pure con donazioni minime».