ROMA - «Perché non pensare a un anno della Cina in Italia? Con le elezioni dietro l'angolo non posso impegnare il ministero, ma se avessi una prospettiva più lunga lo farei». Supponiamo che il Polo vinca e lei torni a fare il ministro, spingerebbe per il 2007? «Può anche darsi. Certamente non rinvierei troppo», Rocco Buttigliene, ministro dei beni culturali, sta per partire per Pechino, dove domani inaugurerà la manifestazione "Italia in Cina 2006": un nutrito ventaglio di attività culturali, mostre, spettacoli, progetti, fiere, convegni e perfino corsi a livello universitario diretti a promuovere e valorizzare il made in Italy sull'immenso mercato asiatico e fare della creatività che ci distingue e della cultura antica che segna la nostra storia il volano per nuovi investimenti e iniziative. Si parte con un concerto della Nuova Orchestra Scarlatti del San Carlo di Napoli, nello splendido teatro della Città Proibita, e con la mostra "Lo specchio del Tempo", che porterà a Pechino meravigliosi capolavori dal Duecento al Neoclassicismo e nomi del livello di Botticelli, Mantegna, Leonardo, Raffaello e Ca-ravaggio. «Sono emozionato», dice Buittiglione, «ma credo anche che l'Italia farà meglio di quanto abbiano fatto altri Paesi prima di noi: geni dell'arte e della tecnica del calibro di Michelangelo e Leonardo saranno il nostro biglietto da visita. E poi, perché no, potremmo pensare di ricambiare la cortesia organizzando un anno della Cina in Italia». La Francia lo ha fatto: si è chiuso nell'estate del 2004 e ha vantato un programma di alto livello... «Potremmo farlo anche noi. D'altro canto, gli spazi per una proficua collaborazione tra Italia e Cina non mancano e lavorare per ampliarli sempre più non può che giovarci». In realtà, le importazioni a prezzi stracciati mettono in crisi settori produttivi importanti come il tessile, il calzaturiero e altro. E la Cina è spesso vissuta come una minaccia. Qual è il punto di equilibrio? «Il problema non è tanto quello della Cina che si affaccia in Occidente e conquista il mercato europeo, quanto quello della nostra scarsa capacità di penetrazione là. Io spero davvero che questi 12 mesi d'iniziative e attività di tutti i generi mettano in mostra il sistema Italia nel suo complesso, diventino una vetrina formidabile non solo per i nostri prodotti ma anche per la nostra capacità ideativa e lo straordinario knowhow che ci contraddistingue in diversi settori». A cosa pensa, in particolare? «Al restauro, per esempio, L'Italia è prima al mondo. E possiamo dare un valido aiuto alla Cina. Tra le altre cose, stiamo restaurando 72 metri di Muraglia. Sono pochissimi, se pensiamo che si tratta di una barriera lunga circa 7 mila chilometri. Ma sono 72 metri di grande importanza, perché è restaurando quelli che saremo in grado di trasferire ai tecnici di Pechino la metodologia da seguire per completare i lavori senza danni. E così in altri casi». Il paradosso è che abili professionisti italiani non riescano a lavorare da noi e finiscano con l'andare in Cina: che effetto le fa venire da un Paese che ci mette decenni a restaurare un gioiello come il Colosseo e in cui le opere pubbliche non finiscono mai, di fronte a una Cina che corre e in un baleno crea un'area ultramoderna come Pudong e si dota di infrastnitture capaci di fare invidia agli stessi Stati Uniti? «Non dimentichiamoci che noi patiamo le mille lungaggini legate alle verifiche d'impatto ambientale e al massimo coinvolgimenro dei soggetti operanti sul territorio, cose che in Cina non esistono assolutamente. E in ogni caso, la legge sulle grandi opere qualcosa ha fatto; si sono riaperti i cantieri e le cose hanno cominciato a funzionare meglio». E innegabile, però, che in Italia le cose procedano spesso troppo a rilento e che anche le nostre energie migliori siano costrette a cercare lavoro fuori, non crede? «Non c'è dubbio. Ma bisogna anche avere voglia di cogliere le opportunità per vincere la sfida e crescere. Non è così?». Sicuramente. «Pensi che c'è un mio amico calabrese che è stato incaricato di progettare una cittadina per 80 mila abitanti in Cina. Cominciamo con lo sfatare subito il mito negativo di un Sud Italia assonnato e in perenne ritardo, perché questo dimostra che abbiamo invece professionisii di alta qualità, che anche grazie alle nuove frontiere aperte da Internet sanno farsi apprezzare e si affermano dall'altra parte del mondo. Ma aggiungiamo anche che, per fare le cose, ci vogliono la competenza, l'interesse e la volontà: tre variabili indipendenti, ma necessarie». In Cina firmerà anche un accordo bilaterale per la lotta al contrabbando dei beni culturali. In cosa consiste, in particolare? «Nell'avvio di una stretta collaborazione che si fonderà sul loro assorbimento delle nostre tecniche di catalogazione ed investigazione: anche qui, l'Italia è forse il Paese più capace e competente». Venendo alle vicende di casa nostra, ha provocato un po' di maretta il suo "calmiere" ai compensi di chi viene scritturato dalle Fondazioni Lirico-Sin foniche. Non crede che ci rimetteremo in termini di qualità? «No. D'altro canto, non si capisce perché uno stesso direttore d'orchestra abbia un cachet di 20 mila euro in Francia e 40 mila in Italia. Non c'è motivo. Considerati peraltro i problemi di bilancio che ci affliggono. Una novità altrettanto importante è poi l'aumento, da sette a nove, dei componenti dei consigli di amministrazione delle Fondazioni liriche: la speranza è che finalmente si crei il giusto spazio per la partecipazione attiva e diretta degli sponsor privati. Ma, forse, è qualcosa di più di una semplice speranza».