Le campane di Claudio Parmiggiani non ci sono più da circa un mese ma hanno preso a «suonare» negli atti della pubblica amministrazione, della soprintendenza per il patrimonio storico e artistico che ha sede nello stesso palazzo dei musei. La storia, anticipata dalla Gazzetta, merita d'essere raccontata anche se ancora non è giunta al suo epilogo. Le 36 campane che componevano l'opera «in silenzio ad alta voce» del sessantenne noto artista reggiano formatosi all'Istituto d'arte Venturi di Modena, antiche e risalenti ad anni imprecisati tra la fine del Settecento e i primi del secolo seguente, sono in corso di notifica da parte dello Stato perché più vecchie di cinquantanni. La vicenda è piuttosto complessa e conviene andare con ordine. Intanto: siccome l'opera era già stata presentata prima di Modena a Praga nel 1993 e a Bologna nel 2003 come mai gli uffici preposti del ministero per i Beni culturali - rispettivamente quello che autorizza l'uscita all'estero delle opere d'arte italiane e quello periferico della città felsinea - non si sono accorti che le campane bronzee meritavano una notifica? Nel caso modenese lo dobbiamo all'occhio attento (anche se notarle nell'atrio del palazzo non deve essere stato poi così complicato, ma altrove altri non l'hanno fatto) e solerte di un funzionario che una mattina nell'entrare in ufficio deve essersi accorto che l'allestimento era sì recentissimo ma composto con materiale antico e ha iniziato le sue indagini di rito che, lo ripetiamo, quasi certamente porteranno alla notifica del bene. Gli oggetti appartengono ad un'azienda privata reggiana e qui occorre tenere presente che una volta sottoposti a vincolo di tutela gli oggetti in bronzo non potranno essere manipolati liberamente, occorrerà informare lo Stato per quel che riguarda il cambio di proprietà e non si potrà intervenire su di loro liberamente. Probabilmente non potranno neppure più essere usati per installazioni d'arte. Insomma quasi fossero un dipinto di Leonardo o uno spartito musicale di Luigi Boccherini questi manufatti diverranno parte del patrimonio inalienabile italiano -pur restando di proprietà privata logicamente. La tutela esercitata con questo strumento amministrativo che risale ad una legislazione della prima metà del Novecento che le altre nazioni ci hanno sempre invidiato per la modernità è naturalmente ribadita nel nuovo Codice dei beni culturali e del resto la politica di tutela era già esercitata dagli stati pre-unitari (Repubblica veneziana, Firenze, Stato Pontificio), come si legge in un bel recente volume di Valter Curzi «Bene culturale e pubblica utilità», Minerva edizioni. La domanda comunque sorge spontanea, come diceva un noto giornalista televisivo: c'era proprio bisogno di notificare oggetti seriali come se ne contano a decine in ogni provincia italiana, che forse non aggiungono tanto all'identità italiana e alla sua storia? Quanti vasi giacciono senza vita e ricoperti di polvere nei depositi dei musei archeologici e, per restare a Modena, quanti quadri, disegni, sculture nei magazzini e in sperdute chiese meritano un restauro, un controllo continuo e una cura più assidua?
La Soprintendenza vincola le campane di Parmiggiani
Le 36 campane di Claudio Parmiggiani, un'opera d'arte in silenzio ad alta voce, sono state notificate dallo Stato perché più vecchie di cinquantanni. L'opera, create tra il Settecento e il Novecento, è stata presentata in passato a Praga e Bologna, ma non era stata segnalata ai funzionari del ministero per i Beni culturali. Un funzionario modenese ha iniziato le indagini e ha notificato l'opera. Le campane sono di proprietà privata, ma una volta notificate, diventeranno parte del patrimonio inalienabile italiano. La tutela è esercitata con un'antica legislazione che risale al Novecento.
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Bene culturale
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