La Finanziaria ha ridotto i fondi per i teatri ma sprechi e privilegi resistono Prevedibile e annunciato, ecco concretizzarsi, per i teatri d'opera italiani, l'effetto paradossale dei tagli della Finanziaria sui fondi destinati allo spettacolo: si produce meno, ma naturalmente si continuano a pagare gli stipendi e così la percentuale delle spese fisse sale a livelli mai raggiunti, sfiorando l'80 dei bilanci. «Non vogliamo diventare uno stipendificio», dichiarava a La Stampa poche settimane fa Walter Vergnano, responsabile del Teatro Regio di Torino e presidente dell'associazione che raggruppa i sovrintendenti. Eppure: Firenze cancella tre titoli, Venezia due, Bologna decide questa settimana, a Palermo ci pensano i dipendenti, programmando scioperi, a Genova - dichiara il sovrintendente Gennaro di Benedetto - «nonostante il taglio di tutto ciò che è cancellabile, sarà necessario presentare un bilancio passivo di 5 milioni». Sessantadue milioni di finanziamento pubblico in meno in due anni: a questa botta le 13 case dell'opera italiane non sembrano in grado di reagire, a meno di non ripensare radicalmente contratti, normativa, funzionamento. Elementare legge economica: se le macchine sono ferme, ma il costo del capitale umano corre, il fallimento non è un'ipotesi lontana. «No a ridurre l'attività al minimo, no a ridurre il personale», dice oggi Vergnano, dopo un incontro con il ministro Buttiglione. «No nemmeno a nascondere i passivi con i falsi in bilancio: il governo deve commissariare i teatri». E' accaduto, 20 anni fa, all'Opera a Parigi, poi negli Armi '90 al Covent Garden di Londra: situazioni economiche compromesse hanno portato alla chiusura e alla riapertura su basi contrattuali diverse. Regole da parastato «Il ministro ci invita a rivolgerci agli enti locali - incalza Di Benedetto - ma come potranno Comuni e province, con i finanziamenti tagliati, impegnarsi di più proprio con noi?». L'invito a lavorare meno è arrivato, per primo, da fonte autorevole: Salvo Nastasi, direttore generale al ministero dei Beni Culturali e commissario del Maggio Musicale Fiorentino. Ma a quale dei due emisferi del mondo del lavoro - il pubblico o il privato - appartengono i teatri d'opera? I dubbi sono impossibili, sembrerebbe: la condizione giuridica li considera fondazioni di diritto privato. «Però, regole e mentalità sono rimasti quelli del peggiore parastato», riflette il baritono e direttore Claudio Desideri, dopo un'amara esperienza come sovrintendente al Massimo di Palermo. La media di lavoro di un orchestrale è di circa 400 ore all'anno, per un corista l'impegno è ancora minore e, spesso, gli organici sono sovradimensionati. Le mensilità sono quasi ovunque 15, l'impegno lavorativo è di cinque-sei mesi. Gli stipendi di chi lavora nei settori amministrativi, tecnici e dei servizi sono superiori a quelli di chi svolge funzioni analoghe in altre amministrazioni pubbliche. In alcuni casi si giunge al doppio. La normativa che disciplina le prove musicali, corali e dei corpi di ballo è un labirinto di eccezioni, con frequenti contrattazioni aggiuntive e integrative, alcune singolari, come l'indennità estiva, detta «Caracalla», per i dipendenti dell'Opera di Roma. Il clima non è mai sereno, la frantumazione sindacale - ci sono teatri con sette sigle - provoca continui rinvii, blocchi, tensioni: «Non abbiamo alcun controllo sui nostri iscritti nei teatri», ammise Sergio Cofferati, che ama l'opera, quando era segretario della Cgil. Oggi, Enrico Sciarra, astuto sindacalista autonomo, attivo nella direzione del teatro di Firenze, ammette: «In questi anni abbiamo sempre avuto una controparte debole». I sovrintendenti hanno spesso accettato regole capestro pur di garantire la pace interna, richiesta dai sindaci di città nelle quali i teatri d'opera rappresentano realtà occupazionarie ed elettorali importanti: 800 dipendenti La Scala, 600 Roma. Molti malumori, a Roma, suscita il contratto di Carla Fracci, direttrice del corpo di ballo, però pagata a parte ogni volta che danza - «e come danza, ormai?», malignano alcuni - e responsabile, assieme a Beppe Menegatti, delle scelte e dei contratti dei danzatori. E perché Firenze - si chiedono i sindacati - tiene a contratto due validissimi responsabili artistici, Gianni Tangucci e Cesare Mazzonis? Non ne basterebbe uno? Perché Parma scrittura per un concerto il direttore Kurt Masur con un cachet superiore ai suoi standard? Bilanci opachi Perché al San Carlo di Napoli sono frequenti le costruzioni di scene e costumi affidate non ai laboratori interni, ma ad imprese alle quali non sono estranei, in alcuni casi, i dipendenti dello stesso teatro? E sono tutti indispensabili i 40 aggiunti al ballo della Scala? E - domanda di fondo - perché queste informazioni devono arrivare anonime, mentre è così difficile consultare i bilanci? La situazione non è, economicamente, brillante per nessun teatro europeo, ma solo in Italia tagli, privilegi, cecità sindacale e politica hanno portato a questa situazione così incerta. Ecco la questione capitale: quanto siamo disposti a investire per la musica? E quanto si può concedere e quanto invece si deve pretendere?
L'opera taglia gli spettacoli non gli stipendi
La Finanziaria ha ridotto i fondi per i teatri, ma i sovrintendenti sostengono che i tagli non sono sufficienti per risolvere i problemi economici. I teatri italiani hanno perso sessantadue milioni di finanziamento pubblico in due anni, e la situazione è ancora più critica a causa della mancanza di controllo sui dipendenti e della presenza di contratti e normative complesse. I sindacati sostengono che i sovrintendenti accettano regole capestro per garantire la pace interna, mentre i teatri continuano a pagare gli stipendi e a mantenere un personale sovradimensionato.
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