L'Opera di Roma riesce a chiudere i bilanci in pareggio malgrado i tagli del Fus Francesco Emani, il decano dei sovrintendenti attualmente alla guida dell'Opera di Roma: "Sarà durissima mantenere il pareggio di bilancio, ce la farà solo chi avrà forti e leali soci privati". Si cerca di limitare le modifiche al calendario "in un settore dove i costi sono incomprimibili per natura" Roma Siamo riusciti sempre a chiudere i bilanci in pareggio dal 1999 ad oggi, anzi abbiamo avuto un utile cumulativo di un milione e mezzo di euro. Non abbiamo avuto neanche un minuto di sciopero, a parte due giornate di mobilitazione ma a livello nazionale di categoria. Abbiamo sempre tenuto alto il livello delle rappresentazioni, abbiamo accresciuto il numero degli spettatori dai 100mila del 2000 agli oltre 180mila dell'anno scorso, abbiamo raddoppiato gli incassi di biglietteria da 3 a 6 milioni. E ce la faremo anche quest'anno, malgrado i tagli pesantissimi che ci colpiscono in pieno». Per Francesco Emani è il momento più difficile in quarant'anni di carriera. Il 2006 appena iniziato è l'anno zero, quello dei grandi tagli al Fondo unico per lo spettacolo voluti dal governo in Finanziaria. Quei tagli che hanno fatto chiedere giovedì scorso all'associazione delle Fondazioni liriche lo stato di crisi allo stesso governo, contro i quali si è vanamente opposto il ministro Buttiglione. che rischiano di compromettere un patrimonio italiano che i] mondo ci invidia. Emani in tutto questo tiene duro: «Non modifichiamo di una virgola il nostro calendario qui al Teatro dell'Opera e a Caracalla, dove avremo un'estate da ricordare conAida, Madame Butterfly e Turandot, e il balletto La Vestale. Cercheremo solo di intervenire, ma con grande prudenza, su alcune rappresentazioni nel nostro secondo teatro, il Nazionale». L'opera è nata a Firenze nel 1598, spiega con passione Ernani. E da allora prosegue a dare commozione ed emozione. «E' un 'arte ineguagliabile in cui convivono musica, dramma, scene. E', economicamente guardandola, un paradosso: ogni serata mettiamo a rischio l'intero patrimonio, produciamo un bene che si consuma in una rappresentazione dal vivo oltretutto a costi crescenti e non comprimibili perché gli strumenti, i protagonisti, le scenografie, devono essere rigorosamente gli stessi da sempre». Emani è il decano dei sovrintendenti italiani. Da sei anni è alla guida dell'Opera di Roma dopo aver gestito l'Arena di Verona, il Carlo Felice di Genova, il Maggio musicale fiorentino, ma soprattutto, e mentre lo ricorda gli si legge negli occhi la commozione, aver ricoperto la carica di segretario generale della Scala negli anni eroici di Paolo Grassi. «Vede?», dice mostrando una fotocopia. «Quando è esploso il caso Muti-Fontana nella scorsa primavera, il Daily Telegraph ha pubblicato un articolo molto critico nei confronti del sistema operistico italiano nel suo complesso, dipingendolo come un centro di malaffare, di corruzione, di cattiva gestione, lo gli ho risposto ribattendo punto per punto: la crisi finanziaria c'è, è innegabile, dovuta al taglio dei supporti governativi che quest'anno arriverà al 30. Per noi significa più di quattro milioni di euro in meno, da 28 a 24 di contributo su un bilancio di 55 milioni. Ma da questo ad accusarci di ogni nefandezza, non vedo il nesso». J soliti inglesi, sempre pronti a criticare l'Italia. .«Probabilmente non sono informati sulla nostra situazione reale. Parlo dell'Opera di Roma. Abbiamo messo su una Fondazione solidissima, con lo stato, gli enti locali e un gruppo di soci Torti: Capitalia, Telecom, Camera di Commercio, Aeroporti di Roma, Eur spa, gruppo Cos-Finsiel, Poste italiane. Con questa compagine, e con la conferenza permanente che abbiamo istituito con i lavoratori, operiamo in spirito di grande fiducia e impegno. E, ripeto, contiamo di chiudere bene anche i bilanci del 2005, del quale stiamo elaborando il consuntivo, nonché del 2006». Certo, ammette Emani, le cose sarebbero più facili se anche in Italia si diffondesse una cultura del 'dare' sul modello di quella anglosassone. «Quando leggo, come sul giornale dell'altro giorno, che la famiglia Bass ha donato 25 milioni di dollari alla Metropolitan Opera House, mi viene naturale una riflessione: non è solo questione di agevolazioni fiscali, che pure esisteranno. Si tratta proprio di amare la cultura e di avere a cuore la sua valorizzazione». A proposito di proiezione internazionale, cruciali nella 'tenuta' del conto economico sono anche le co-produzioni, «con i più prestigiosi teatri europei e anche nordamericani, che intendiamo sviluppare sempre di più». Il Don Giovanni di Mozart con cui il 18 gennaio si apre la stagione 2006 dell'Opera di Roma, è un allestimento acquisito dal Metropolitan di New York. L'ha curato e riadattato lo stesso Franco Zeffirelli, già regista e scenografo dell'edizione americana, «un personaggio che ha dato all'opera più di qualsiasi altro contemporaneo, che verrà ricordato anche fra duecento anni come uno dei più straordinari interpreti delle situazione e delle emozioni irripetibili del melodramma.
Parte fra i timori l'anno zero delle Fondazioni liriche
L'Opera di Roma riesce a chiudere i bilanci in pareggio, malgrado i tagli pesantissimi del 2006. Il decano dei sovrintendenti, Francesco Emani, afferma che il pareggio sarà difficile da mantenere e che solo chi ha forti e leali soci privati riuscirà a farlo. L'Opera di Roma ha sempre mantenuto un utile cumulativo di un milione e mezzo di euro e non ha avuto neanche un minuto di sciopero. Emani riconosce che il 2006 è l'anno zero, quello dei grandi tagli al Fondo unico per lo spettacolo voluti dal governo. L'Opera di Roma ha un patrimonio italiano che il mondo ci invidia e Emani tiene duro per non modificare il calendario.
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