La ossessione delle cooperative produce sospetti. Qualche giorno fa, pensando di determinare una mia reazione scandalizzata, mi hanno comunicato che la gara d'appalto per i Grandi Uffizi era stata vinta dalla Cooperativa Costruttori di Bologna per un impressionante ribasso nell'offerta di 29 milioni di euro a fronte dei 48 milioni previsti come massimale di spesa. La risposta sperata sarebbe stata forse: pur di ottenere il lavoro, un'offerta così stracciata non potrà che prevedere una revisione in corso d'opera o, ancor peggio, lavori imperfetti e inadeguati. L'impegno è distribuito in 55 mesi, quasi 5 anni, nei quali Vasari potrebbe comodamente riedificare gli Uffizi con una spesa molto inferiore. Qui si tratta invece di adeguare una quarantina di nuovi vani per collocare un migliaio di dipinti, oltre, credo, e spero, a servizi aggiuntivi che modernizzino il museo rendendolo più presentabile. Ci siamo evidentemente abituati, con gli anni, a pensare che l'adeguamento di un museo, i nuovi allestimenti, le biglietterie e ogni altra struttura di servizio, debbano essere molto costosi. Possono così sembrare insufficienti circa 60 miliardi di vecchie lire per fare interventi che soltanto le istituzioni pubbliche sono in grado di sostenere con una lievitazione dei costi del tre o quattrocento per cento rispetto a quel che pagherebbe un privato. E immagino che allestire quaranta nuove sale, più tutto il resto che fa il coro ai Grandi Uffizi, non debba costare molto di più, ma pensiamo anche il triplo o il quadruplo, di ciò che costa allestire gli stand, con l'estro e il gusto di un Pier Luigi Pizzi, per le mostre dell'antiquariato, prima in Palazzo Strozzi e ora in Palazzo Corsini. Occasioni frequentatissime per tempi brevi, che impongono rapidità, e provvisorietà: ma per quei dieci giorni le opere sono in numero ben superiore a mille, custodite, collocate, valorizzate, nel modo migliore, come stanze di un museo effimero. Quanto costeranno quegli allestimenti curati con tutte le garanzie di sicurezza, le migliori illuminazioni, e gli organizzatori della mostra dell'antiquariato? Un milione di euro? Due milioni di euro? 0 forse, più probabilmente, sei, settecentomila euro? Moltiplichiamoli per cinque e arriveremo ad una cifra oscillante fra i tre milioni e mezzo e i cinque milioni di euro. Che cosa deve servire di più per sistemare sulle pareti mille quadri? E cosa occorrerà spendere, giubilate le pensiline giapponesi, per arrivare da cinque a ventinove milioni di euro (e non diciamo a quarantotto)? In che cosa, il talento dell'architetto richiederà un'impresa così - minuziosa e dispendiosa? Me lo chiedo con la preoccupazione che i soldi dello Stato si spendano allegramente, pagando architetti e imprese cifre spropositate che nessuna persona di buon senso spenderebbe, dovendo utilizzare soldi propri. Le opere pubbliche, o sono miliardarie o non sono. Ma farò un solo esempio: l'edificio razionale e particolarmente efficiente per le opere e le mostre della Fondazione Sandretto di Torino è costato tre anni la l'equivalente di cinque milioni di euro. Che cosa sarebbe costato all'ente pubblico?