UN'ITALIANA ORGANIZZA IL RECUPERO DEI MONUMENTI DELLA FIRENZE D'ORIENTE Un'esperta d'arte milanese ha indossato la divisa per 8 mesi. E con i soldati dell'Isaf ha catalogato i tesori dell'arte afghana. Per salvarli. Una storia millenaria è nascosta dalla sabbia del deserto afghano: troppe guerre, troppi lutti, troppo oblio, L'Afghanistan era una terra felice, ricca di cultura, e a Herat (nella zona occidentale, dove le forze armate italiane comandano il Prt, provincial reconstruction team), un progetto punta a catalogare le fortificazioni, i minareti, la moschea per facilitare futuri restauri, grazie a un'esperta, Elena Croci, che ha indossato la divisa dell'Esercito con la «riserva selezionata», che consente di arruolare professionisti di diversi settori. Herat non è una città qualunque. Importante centro commerciale già nel VII secolo sotto gli arabi, era nota come la Firenze d'Oriente. «Vogliamo restituire una memoria storica» dice Croci, milanese di 34 anni, laureata in lettere alla Sorbona di Parigi con una tesi sulla pittura italiana dell'Ottocento, quattro lingue, esperta in comunicazione culturale. Nominata tenente nel giugno 2004, dopo un iter cominciato l'anno prima, Croci ha indossato la divisa per otto mesi tra il 2004 e il 2005. Da luglio il lavoro è andato avanti in tre fasi: una prima raccolta di fotografie di minareti, moschee e della fortezza di Herat; una riunione a Kabul con varie organizzazioni; di nuovo a Herat per catalogare le parti nascoste, come i caravanserragli o la cisterna risalente alla dinastia Timur del XV secolo. «A Kabul» spiega a Panorama l'ormai ex tenente Croci «ho incontrato rappresentanti di organizzazioni non governative, dell'Unesco, della Spach (Società per la preservazione dell'eredità culturale afghana). E anche quelli dell'Aga Khan Trust: restituire la memoria storica ai musulmani è un obiettivo molto caro all'Aga Khan». Visitare quei monumenti non è facile. I guardiani, come il ciabattino che lavorava vicino alla cisterna Timur, erano diffidenti. «Mi presentavo con l'interprete e due uomini di scorta. Spesso mi chiedevano se fossi americana, e in questo caso non mi avrebbero dato le chiavi. Essere italiana li rassicurava, e non mi hanno mai detto di no per il solo fatto di essere una donna» ricorda Croci. L'arte di Herat ha prodotto gioielli: la Moschea del Venerdì del 120O (uno dei più importanti esempi al mondo di architettura islamica), la fortezza o il ponte di Pul-i-Malan, del X secolo. «Purtroppo gli afghani non hanno idea del loro patrimonio» racconta ancora l'esperta, che ricorda i 55 mila libri bruciati da russi e mujaheddin. Poi i talebani completarono l'opera pianificando le devastazioni, come nel caso dei Buddha giganteschi, vecchi di 1.800 anni, deturpati nel 2001 nella valle di Bamiyan (è previsto il restauro)». Fino all'invasione sovietica del 1979 la cittadella fortificata (voluta da Alessandro Magno e distrutta due volte, da Gengis Khan e da Tamerlano) ospitava un ghetto ebraico con cinque sinagoghe, una delle quali poi trasformata in moschea e le altre in madrasse, le scuole coraniche. Tutti i monumenti sono molto degradati, ma le 1.200 foto scattate sono un'importante base di partenza per alcune ong e per l'Aga Khan. L'Afghanistan ha voglia di ricominciare. Lo dimostrano semplici episodi, come quando alcune ragazze chiedevano al tenente Croci se in Europa ci si possa scegliere il fidanzato. «Sì, ma è meglio avere il consenso della famiglia» era la diplomatica risposta. E tentare di restituire una memoria al paese da ulteriore lustro a soldati italiani che ricoprono un ruolo di assoluto rilievo dallo scorso agosto, quando il generale Mauro Del Vecchio ha assunto il comando dell'Isaf, la forza multinazionale con sede a Kabul. Il lavoro di Croci, racchiuso in un libro bilingue, sarà edito a marzo dallo stato maggiore dell'Esercito «Ho accettato per fare un'esperienza in più. E sono felice che, anche col mio contributo, si dimostri che Esercito non è solo sinonimo di guerra».