NELLA VASTA OPERA DI SVILUPPO del regno delle Due Sicilie (la cantieristica di Castellammare, la ferrovia Napoli-Portici) una particolare attenzione venne rivolta dai Borbone all'industria metallurgica. A questo scopo vennero create nel 1770 le acciaierie di Mongiana, in Calabria, e nel 1785 sorse la "Fabbrica della seta" di San Leucio. Nel 1822 vennero impiantate le acciaierie di Henri DeGorge a Hornu, in Belgio, nello stile neoclassico monumentale ereditato dal secolo dei Lumi, e a Houdeng Amerie, centro di miniere di carbone, di vetrerie e di cementifici, l'industriale Bosquet realizzò nel 1838 il complesso industriale di Bois-du-Luc. Due monumenti che, concepiti dall'architetto Bruno Renard secondo i principi del classicismo più puro, rappresentano episodi perfettamente riusciti nell'insieme della produzione architettonica della industrializzazione nord-europea. Parimenti notevoli sono le acciaierie inglesi di "Saltaire" del 1853 e di "Port Sunlight" del 1887. E quelle tedesche di Krupp sorte negli stessi anni nella Rhur. In Francia sono due gli episodi di particolare interesse. La Fabbrica di vasche da bagno, annessa al famoso Familisterio che Andre Godin realizzò nel 1860 a Guise, e la Fabbrica del cioccolato Menier a Noi-siel sur Marne del 1872. Nella quale, per la prima volta, comparve uno splendido edificio realizzato con carpenteria metallica intelaiata, considerato il capostipite delle moderne costruzioni in acciaio, progettato dall'ingegner Jules Saulnier. Nell'Italia postunitaria spiccano per la qualità dell'architettura industriale il Lanificio Rossi di Vicenza realizzato presso Schio nel periodo 1873-80, il Cotonificio Crespi presso il fiume Adda, realizzato nel 1875, il Lanificio Mar-zotto a Valdagno del 1886 e il Cotonificio Leuman a Collegno del 1896. Si tratta di episodi di edilizia industriale di grande qualità totale senza i quali, secondo gli storici, non sarebbe potuta nascere l'architettura moderna europea. Di contro sono tantissime le industrie dismesse anche in Italia che non hanno alcun interesse. Né storico, né artistico. Come i capannoni dell'Uva di Bagnoli realizzati nella prima metà del secolo scorso, ai quali nessuno studioso ha mai riconosciuto una qualche qualità architettonica. Tant'è vero che la Bagnoli SpA, incaricata di bonificare le aree nel 1996, avrebbe dovuto demolirli tutti. Compresi i due pontili sul litorale di Coroglio. Non avendolo fatto e non avendo bonificato nemmeno un ettaro è stata soppressa e sostituita nell'aprile 2002 dalla BagnoliFutura. Dando così l'occasione ai tecnici comunali e ai loro consulenti di prevedere nel PUA, approvato dal consiglio comunale il 16 aprile 2005, il recupero e il riuso di sedici capannoni, considerati siti di "archeologia industriale". Avendoli visti e giudicati brutti, specialmente l'orrendo leviatano rosso dell'Acciaieria, sono del parere che andrebbero demoliti senza se e senza ma. Insisto, perciò, nella proposta che una materia così opinabile debba essere sollecitamente regolata dal Ministero dei Beni Culturali con la istituzione di una "Fondazione per l'archeologia industriale" (già sollecitata, invano, al vice ministro Antonio Martusciello) Nella quale chiamare i più prestigiosi studiosi della materia, italiani e stranieri, con il compito di redigere l'elenco dei siti industriali dismessi, meritevoli di essere recuperati e riusati per attività congruenti con i valori storici, artistici e culturali degli stessi. Solo così si impedirà il ripetersi di episodi come quello di Castellammare di Stabia dove gli osceni ruderi dell'ex cementificio, dichiarati avventatamente "archeologia industriale", sono stati utilizzati per farne un grande albergo sul punto più suggestivo della costiera sorrentina. Noto in tutt'Italia come "il mostro di Pozzano".