Maurizio Cattelan e la sua irrefrenabile «voglia di sorridere e di dissacrare tutto». A cominciare dal proprio autoritratto, per finire con il Papa («La Nona Ora», con Giovanni Paolo II lapidato da una meteorite, aggiudicato a 3 milioni di euro) e con Hitler («Him»). Autorità detronizzate: maschere di cera, manichini tra i manichini. Da circa un decennio Cattelan personifica più di ogni altro l'artista degli assurdi, la star di un'arte fuori misura. Il più discusso della triade vincente (con Jeff Koons e Damien Hirst), tra i protagonisti del mercato internazionale, il più quotato artista italiano vivente. «L'artista più fico del mondo», almeno secondo Francesco Bonami, già vicino di casa (nell'East Village, a New York) nonché «compagno di strada» di Cattelan. Quello che alla Biennale di Venezia ha seppellito un fachiro indiano, quello dei bambini impiccati a Milano. Lo stesso indisponente che ad aprile 2004 per la laurea conferitagli dall'Università di Trento, si presentò in ateneo con un asino impagliato. Entrando nel «tempio» del sapere in compagnia del quadrupede simbolo antonomastico dell'ignoranza. Bluff o talento allo stato puro? Cattelan non dipinge, non scolpisce: lavora con le immagini, «architetta» boutade, «cercando di riflettere la schizofrenia del reale, la tragica complessità del banale». Pennuta beffardamente regole e gerarchie del mondo dell'arte e dei media, squinternandoli dal di dentro. Con i suoi coup de théatre «commenta» argomenti controversi come 0 razzismo, la criminalità organizzata, il malaffare politico, interpretando sensibilmente il dissidio e le contraddizioni proprie della nostra epoca. New York, Berlino, Milano dove si trova attualmente? E com'è la vita di un senza fissa dimora, di un globetrotter dell'arte contemporanea? «Non è tanto importante dove mi trovi. Sono un abitudinario e la mia vita quotidiana è sempre la stessa. Mi sveglio presto, controllo la posta, telefono, poi ancora posta, poi ancora telefono, se è sabato musei e mostre. Milano per me è sempre stata una tappa, più o meno forzata, è un posto dove mi piace scomparire, nascondermi. New York invece è la città del cambiamento continuo, un ufficio aperto 24 ore su 24. Ora passo anche molto tempo a Berlino. Più che un globetrotter mi sento un venditore ambulante». Le ultimissime la danno fidanzato con Victoria Cabello: come funziona tra un asino e una Iena? «Bene, grazie. E lei?». Gli animali nel suo caso costituiscono una vera e propria «ossessione» rappresentativa che la lega anche a Napoli. Nell'aprile del 1993 in «Tarzan Jane», da Raucci Santamaria, mascherando i due galleristi da leoni, attivò una fra le «mise en scene» più emblematiche della analisi sul sistema dell'arte da lei condotta. «Non mi piace fare una graduatoria dei miei lavori. Non ho nessuna autorità sulle mie opere e chiunque può commentare e rispondere nella maniera che più gli piace. Senza le idee degli altri, l'arte non esiste. Sono gli spettatori che fanno le opere riempiendole di nuovi significati e proiettando storie e visioni». L'esibizione di animali ammaestrati, un costume antico: ma lei non sarà mica la reincarnazione dei settecenteschi bear-leader (guida dell'orso) eruditi precettori che scortavano nei Grand Tour i rampolli delle famiglie aristocratiche inglesi? «Io più che un erudito mi sento un idiota. Non riesco a fare nulla da solo e ho sempre bisogno di verificare ogni più piccola idea con chi mi sta intorno. Mi sembra che le cose più interessanti succedano soltanto quando ci sono almeno due persone nella stessa stanza. Però mi piace l'idea della reincarnazione, perché alla fine succede a tutti, tutti i giorni». In molte sue opere lei fagocita e ci mostra debolezze e segnali di crisi del medesimo sistema museale internazionale che ha alimentato la sua ascesa: in questo non ravvisa un conflitto d'interessi? «Mi sembra che in Italia il problema dei conflitti d'interesse non si sia mai davvero risolto. Ma io in realtà non ho mai cercato di mettere in crisi il sistema museale, ho soltanto provato a reinventare delle regole per sfuggire alla routine del lavoro. All'improvviso l'arte mi è sembrata una possibilità interessante, era un lavoro senza cartellino e senza orari. Pensavo fosse uno spazio più libero, anche se poi ho capito che se non ci sono orari, ti ritrovi a lavorare sempre. L'arte la fai in testa, e quindi non è che puoi prenderti una vacanza da te stesso». Ora che si sta occupando della curatela della Biennale di Berlino 2006 (assieme ad Ali Subotnick e Massimiliano Gioni) come le calzano i panni del critico? «A me interessa la possibilità di cambiare maschera e ruolo, per vedere cosa succede. Non mi sento un critico, perché non so nulla è devo imparare tutto. Non avrei mai pensato che dietro a una mostra o a una biennale ci fossero così tanto lavoro e così tante parole. Forse le opere d'arte sono solo quello che rimane tra un fax a una galleria, una telefonata a un architetto, e un email a uno sponsor». Per Beuys «ogni uomo è un artista». Perché lei continua a ripetere di non essere «veramente un artista»? «Perché in realtà io non sono un artista, sono un impiegato di concetto. Nano sulle spalle altrui». È stato a Napoli e per visitare il Pan e il Madre? «Ottimi spazi, belle opere, acronimi azzeccati». Ha mai proposto o le è mai stato chiesto un progetto per piazza del Plebiscito? «No comment».
Cattelan: Provocare è arte
Maurizio Cattelan è un artista italiano noto per le sue opere assurde e provocatorie. Ha personificato l'arte degli assurdi e ha guadagnato fama internazionale. Il suo stile è caratterizzato da dissacrare le autorità e le regole, utilizzando immagini e architettura per commentare la schizofrenia del reale e la complessità del banale. Ha lavorato con animali e ha utilizzato la sua opera per commentare argomenti controversi come il razzismo e la criminalità organizzata. Cattelan è un globetrotter e passa il tempo tra New York, Berlino e Milano. Non si sente un critico, ma piuttosto un venditore ambulante che cerca di cambiare maschera e ruolo per vedere cosa succede.
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