PER i devoti e gli amanti dell'arte sacra nulla cambia. L'icona della Madonna Odegitria, patrona di Bari, conservata nella cripta della Cattedrale, mantiene intatto il suo valore storico, artistico e sacro, nonostante la sorpresa emersa dalle analisi effettuate da Eugenio Scandale, ordinario di Mineralogia all'Università: non sono rubini le pietre preziose che adornano la riza d'argento dell'icona più venerata dopo quella di San Nicola, ma granati e pietre sinteti-che. Lo studio dell'Università, che presto sarà racchiuso in un volume, è stato presentato ieri al Museo diocesano, insieme a un progetto, promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia, relativo allo studio, con metodiche non in-vasive, dei materiali gemmo-logici esistenti presso il Museo diocesano di Bari e i Musei di Lucera e Troia. I risultati delle analisi svolte da Scandale, estese anche agli anelli episcopali e alle croci pettorali esposti al Museo diocesano, non devono far gridare allo scandalo. Del resto, come si spiega anche nel sito della Cattedrale, l'icona stessa della Madonna Odegitria, giunta a Bari secondo la tradizione nell'VIII secolo, nel periodo dell'eresia di Leone III che ordinò la distruzione delle immagini sacre, certamente non è quella di Costantinopoli, andata distrutta quando i turchi occuparono la città. Quanto alla reale preziosità delle pietre, Rosa Lorusso, storica dell'arte, spiega: «Non è strano che vengano usati zirconi o altro per adornare le rize. Il valore dell'oggetto è racchiuso nell'argento e nella filigrana. Il discorso vale pure per anelli e mitrie episcopali, calici e ostensori, statue e re-liquari anche di fattura pregiata, opera magari di orafi napoletani: le pietre non sono quasi mai preziose, perché avevano funzione puramente decorativa. Ho visto gioielli bellissimi al monastero di San Benedetto a Conversano, appartenuti alle badesse di Casa Acquaviva, ma non è possibile che si tratti di autentiche gemme: c'è ad esempio un fermaglio a farfalla con uno smeraldo di4 centimetri per 5 che è impossibile sia vero». Riproduzioni, insomma, nient'altro che riproduzioni. Come del resto le venerate icone della Madonna di Ciurcitano di Terlizzi e della Madonna di Corsignano di Giovinazzo: «Sono riproduzioni bellissime spiega don Michele Amorosini, responsabile dei Beni culturali della diocesi Molfetta, Ruvo, Terlizzi, Giovinazzo ma questo nulla toglie al loro valore religioso e artistico». «Riproduzioni o copie aggiunge Rosa Lorusso per noi oggi racchiudono un concetto di falso, ma in epoca antica erano repliche di oggetti di culto fatte spesso su richiesta di grandi committenti». Conferma Chiara Gelao, direttrice della Pinacoteca provinciale: «Prendiamo ad esempio le icone: anche le più antiche sono comunque sempre riproduzioni; vale insomma l'immagine più che la originalità e del resto l'arte bizantina ha come proprio compito la riproduzione dei prototipi». Fra copie e riproduzione, di tanto in tanto, però capita che tornino alla luce tesori autentici, sconosciuti o dimenticati. A Specchia Gallone, cuore del Salento, per esempio. Durante i lavori di restauro alla chiesa di Sant'Anna, l'architetto Fernando Russo ha scoperto in una cappella affrescata un Giudizio Universale unico di ottima fattura, databile 1500, uno dei tre esistenti in Puglia. Ma anche il restauro della chiesa di San Pietro apostolo a Putignano ha regalato all'architetto una bella soddisfazione: nella cappella della Natività, sotto una tempera di pessima fattura, è stato scoperto un affresco integro del 1725, raffigurante il presepe in un'atmosfera bucolica, molto presente nella scuola veneziana.
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L'icona della Madonna Odegitria, patrona di Bari, è stata oggetto di analisi da parte di Eugenio Scandale, che ha scoperto che le pietre preziose che adornano la riza d'argento non sono rubini, ma granati e pietre sintetiche. Tuttavia, Scandale spiega che non è strano che vengano usati zirconi o altro per adornare le rize, poiché il valore dell'oggetto è racchiuso nell'argento e nella filigrana. Altri esperti, come Rosa Lorusso e Chiara Gelao, confermano che le icone e gli oggetti sacri spesso sono riproduzioni o copie, ma che questo non toglie al loro valore religioso e artistico.
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