L e soprintendenze, le vedette dell'arte per lo Stato sparse per tutto il territorio, non sono ancora terra desolata ma quasi, perché quando ad esempio le bollette del telefono o la carta sono una preoccupazione urgente è naturale che chi ci lavora, e magari è persona coscienziosa, abbia la netta sensazione che lo Stato voglia ritirarsi e lasciare strada ai privati. Intanto il ministero dei Beni culturali con Urbani ha gonfiato a dismisura i direttori, i vertici, e relativi stipendi, mentre il Fondo unico dello spettacolo ha perso quota ogni anno, la lirica e la sinfonica vedono il burrone. L'ex ministro ai Beni culturali Urbani e l'attuale e si spera fugace Buttiglione lasciano tristi ricordi del loro passaggio. Tanto più allora l'Unione, nel caso, nella speranza, disarcioni il cavaliere di Arcore da palazzo Chigi, ha il dovere di preparare un programma adeguato per la cultura e lo spettacolo che non sia una riverniciatura di parole formali. Lo si avverte da più parti, in giro. «Abbiamo fatto un programma», dice Vittoria Franco, senatrice Ds e responsabile per la cultura per la Quercia, calabrese di nascita e toscana per vita e lavoro, che ha coordinato i rappresentati dei partiti dell'Unione per elaborare un piano che si incardina sui alcuni punti- chiave: tipo, portare i finanziamenti alla cultura a essere l'1 (ora è lo 0,33) del bilancio dello Stato, slegarli dall'altalena della Finanziaria, sfoltire i vertici del ministero, trovare altri e nuovi canali per trovare soldi. Nel programma dell'Unione la cultura c'è o nonc'è? C'è, con tutti i partiti è stato elaborato un piano: schede e punti programmatici. Lo presenteremo l'11 febbraio alla convention dell'Unione ed è il risultato di gruppi di lavoro e delle giuste discussioni che dovevano esserci. La premessa di tutto è quella che vuole la cultura come un pilastro dello sviluppo del paese. Concretamente:come finanziare la cultura? Prevediamo di destinare alla cultura una quota degli introiti dell' 8 per mille e una dagli introiti delle estrazioni infrasettimanali del gioco del Lotto. Inoltre la gestione dei soldi dev'essere unitaria e tutta del ministero per i Beni e Attività culturali, mentre ora è frantumata. Come uno dei primi atti prevediamo di ripristinare le quote destinate alla cultura del 2001, dell'ultimo governo di centrosinistra. Incluso il Fondo unico dello spettacolo, che era pari a oltre 500 milioni di euro. Vogliamo poi che la società Arcus, creata in questa legislatura, dia effettivamente il 5 dei fondi destinati a infrastutture alla cultura, che lo faccia con maggiore trasparenza, con criteri stabiliti e che siano i Beni Culturali a deciderli, non il ministero dei Lavori pubblici come accade oggi. Comunque uno degli obiettivi principali, da realizzare nei tempi più brevi possibili, è raggiungere l'1 del bilancio dello Stato per la cultura. Vogliamo incentivi fiscali più forti per i contributi sia delle imprese che delle persone fisiche. E come pensate di raggiungere questi obiettivi? La realtà ci dice che senza investimento pubblico non c'è possibilità di investimenti privati. E ancora: i fondi destinati alla cultura e allo spettacolo non dovranno dipendere ogni anno dalla Finanziaria. Pensiamo invece a una programmazione triennale degli stanziamenti, perché uno dei motivi centrali di sofferenza di un settore come lo spettacolo, ad esempio, è proprio il dipendere ogni anno dal non sapere cosa accadrà l'anno successivo. Per i beni culturali cosa pensate? Il ministero, con Urbani, è diventato una struttura elefantiaca ai vertici, centralistica, con troppi dirigenti, che impoverisce e rende inefficaci le soprintendenze, soprattutto quelle regionali che agiscono nel territorio. Va snellito, ai vertici appunto. Ma le soprintendenze regionali non sono mai decollate. Neanche prima del governo Berlusconi. Sì, ma il centro destra le ha lasciate inerti. Un dramma autentico è che ci sono sempre meno storici dell'arte, non c'è turn over, non si assume più nessuno e i funzionari non possono agire. Sì, sono sottodimensionati. Per cui programmiamo lo sblocco del turn over e la valorizzazione delle competenze oggi umiliate. L'importante però è anche immaginare un ministero capace di funzionare e tenere insieme, e non separare, due concetti come la valorizzazione e la tutela. Aggiungo che non faremo condoni e che aboliremo la norma sul silenzio assenso per la vendita di beni: anche questo è scritto a chiare lettere. Per lo spettacolo? Da un lato dovremo riprendere in mano la legge sulle fondazioni lirico- sinfoniche, per defiscalizzare più chiaramente l'investimento privato. Sul cinema abbiamo uno schema innovativo: per trovare soldi si potrà prelevare una quota dai passaggi pubblicitari dalle tv che proiettano film. Veltroni aveva già fatto una legge del genere, però poi le tv stesse hanno utilizzato quelle risorse per produrre e diffondere loro fiction e film. Qui invece immaginiamo un centro nazionale di cinema che gestisca quei soldi e sia autonomo. In Francia esiste qualcosa di analogo, il rischio di creare una struttura burocratica non c'è.