Parlare dei musei etnoantropologici che, come isole culturali "altre", quasi esotiche nella percezione delle nuove generazioni, e-mergono qua e là nel territorio siciliano, significa, innanzitutto, interrogarsi e, dunque, riflettere sulle profonde mutazioni che quel territorio ha subito in relazione all'inesorabile sfaldamento del sistema culturale afferente ai cicli produttivi agro-pastorali e ai saperi e alle conoscenze, materiali e immateriali, dunque ai valori fondanti che hanno orientato per secoli l'esperienza esistenziale a livello individuale e collettivo. La presa di coscienza della fatale deprivazione di un patrimonio di tradizione orale che innervava le ragioni dello stare al mondo, ovvero di quell'insieme di segni dell'essere, e non del divenire, per dirla con Buttitta, riflesso della perduta armonia fra cielo e terra, ha sollecitato, nella stagione forsennata dell'industrializzazione e dell'azzeramento di ogni diversità regionale e locale, la raccolta dei frammenti di una cultura antica alla deriva, e ciò per sottrarre dall'oblio e dalla dimenticanza almeno le tracce tangibili. Spesso si è trattato di un'affannosa corsa solitaria di pochi nostalgici, contro l'incalzare della modernità vorace e omologante, animata da un sentimento forte di memoria e da una ricerca delle radici perdute. «Privi di memoria, trascinati dall'irresistibile processo di accelerazione della storia -scrive Cusumano - restiamo immersi nel flusso indistinto e indeterminato degli eventi, nel continuum di una bruciante ed estenuante attualità...e quando centro e periferia si mescolano e si confondono, quando locale e globale si toccano, si sovrappongono e si intrecciano in una dialettica dagli esiti spesso imprevedibili, lo scenario che si dispiega è quello di una delocalizzazione culturale sempre più accentuata di una crescente e netta discrasia tra identità, località e tradizione». Entro questa più ampia e convulsa cornice del presente, a noi sembra più pertinente ragionare attorno ai musei etnografici, che vanno dunque ripensati dialetticamente, e non già come spazi isolati, senza parola. D'altra parte, bisogna superare di slancio la vischiosa adesione nostalgica alle testimonianze oggettuali della perduta età agropastorale, per affidarsi alla più matura analisi etnoantropologica che ci offre, sul duplice piano dell'approccio metodologico della ricerca sul campo e dei criteri di ordinamento dei reperti oggettuali della cultura folklorica, delle illuminanti chiavi di lettura e coerenti indirizzi in ordine all'ipotesi e alle soluzioni museografiche. L'orientamento più aggiornato e prevalente della museografica etnoantropologica è quello di tentare un'interpretazione dell'articolata e complessa realtà che si vuole rappresentare e interpretare, alla quale gli oggetti variamente connotati erano indissolubilmente legati, perché funzionali ai cicli produttivi o agli ambiti festivi e devozionali. Avvicinarsi alla cultura di tradizione orale adottando questo rigoroso approccio metodologico significa incamminarsi su un percorso molto complesso che richiede, ai diversi gradi di accesso alla materia di studio, figure professionali e competenze specifiche. »Nulla è più ovvio - scrive Antonino Buttitta - dell'imitazione della realtà tale e quale. Al contrario, il problema di chi deve allestire un museo etnoantropologico che proponga una lettura della realtà non è quello di ripetere le cose ma di farle parlare. Per fare questo l'etnomuseografo deve cogliere la relazione tra i diversi aspetti della realtà indagata, avviando un'analisi storica e strutturale, una scomposizione e ricomposizione in un linguaggio con propri codici e mezzi espressivi, che sono quelli del museo diversi da quelli della vita». Aderendo a questa acuta riflessione concettuale e metodologica, il museo etnoantropologico «diventa - come scrive Sergio Todesco - un insospettato strumento di analisi della realtà, meglio un modo di rappresentare e documentare, qui e ora, una porzione di territorio da noi distante nello spazio o nel tempo o nella struttura sociale, cui annettiamo un senso particolare in forza iella sua capacità testimoniale eo della sua potenzialità di dialogo e scambio ii conoscenze, nel rispetto ielle diversità, che contrassegna la nostra modernità». La più matura museografia ha ormai da tempo accertato che ogni raccolta gtnografica è sempre un fatto di decontestualizzazione. Si tratta infatti di sottrarre al deperimento o alla dispersione oggetti di volta in volta giudicati rilevanti e pertinenti, di prelevarli cioè dai loro tempi-luoghi di giacenza, trasformazione e usura che diremo normali, o comunque isolarli rispetto a quei tempi-luoghi, trasferendoli entro una nuova realtà, nella quale inizieranno a vivere una nuova vita. E' infatti evidente che gli oggetti esposti in un museo cambiano più o meno radicalmente funzione, abbandonando la propria funzione d'uso o dì fruizione a vantaggio di una nuova funzione di documentazione e memoria. I musei etnoantropologici, dunque, devono documentare non tanto singoli strumenti di lavoro o oggetti d'uso variamente connotati, ma piuttosto devono fornire una mappa complessiva della cultura peculiare, nelle sue diverse espressioni, a quel territorio, facendo emergere contestualmente i tratti pertinenti della sua caratterizzazione, le relazioni ad essi sottese, e gli ambiti che li rendono comprensibili. Muovendosi su queste direttrici, il museo viene a configurarsi come uno spazio culturale dinamico, in grado di dialogare con il territorio, rispondendo, con il ricorso ai mezzi informatici e multimediali, alle nuove forme di comunicazione e di diffusione del sapere, secondo un modello a rete, in grado di interagire con altre fonti culturali, e flessibile nei contenuti proposti, che si offrono dal livello didattico a quello del turismo culturale. Volgendo ora lo sguardo al territorio nebroideo c'è da annotare una presenza significativa di realtà museografiche etnoantropologiche variamente connotate, nate spesso sull'onda di un recupero d'identità, di un sentimento di appartenenza ad una cultura plurisecolare rapidamente azzerata, talvolta cresciuti anarchicamente senza un chiaro e coerente progetto museografico, senza quel necessario confronto a più voci. Si tratta tuttavia di risorse culturali primarie, distribuite sul territorio (da S. Agata di Militello, il primo ad essere istituito, a quello di Caronia, Cesare, Tortorici, S. Marco d'Alunzio, S. Fratello, S. Salvatore di Fitalia, Ficarra, Galati Mamertino) tutti di rilevante valore sul piano documentario, che hanno a-vuto l'indubbio merito di sottrarre dalla dispersione a prezzo anche di sacrifici personali memorie preziose, sulle quali è necessario investire nuove energie progettuali, facendo convergere una pluralità di soggetti pubblici e privati, oltre che figure professionali qualificate. Numericamente si tratta di una dozzina circa di spazi museografici di piccole e medie dimensioni, a gestione comunale o privata, spesso con difficoltà gestionali, (da S. Agata di Militello, il primo ad essere istituito, a quello di Baronia, Cesarò, Tortorici, S. Marco d'Alunzio, S. Fratello, S. Salvatore Fitalia, Ficarra, Galati M.) finora poco visibili e incapaci di comunicare fra loro, per fare sistema.