Il 2006 come inizio di una nuova fase. Vanno a compimento le opere delle «archistar»: dall'Ara Pacis alla Fiera e forse ad altri progetti impegnativi, come il Maxxi. La Capitale sembra adottare la «formula Bilbao». Pare un concetto stralunato ma contiene però qualche verità. La città spagnola è diventata in pochi anni un centro del turismo europeo, dalla precedente condizione di città ricca ma anonima. Da quando, nel 1997, è stato inaugurato il Guggenheim Museum progettato da Frank O. Gehry, è stata al centro di un flusso turistico ininterrotto, anche perché alla scultura architettonica della star americana sono seguiti a ritmo serrato altrettanti capolavori: dal ponte pedonale di Calatrava al luminoso metrò di Norman Foster, e così via. Nell'anno che verrà, Roma sembra decisa a scommettere sullo stesso mix: turismo e grande architettura. Può esistere un connubio tra città eterna e architettura-spettacolo? La Capitale viene da anni di immobilismo e abbandono, due termini che spesso risultano sinonimi. Per troppo tempo, invece di tradursi in tutela del patrimonio, l'assenza di progettualità ne ha infatti accompagnato il deterioramento. Sono quindi da salutare con entusiasmo iniziative quali quelle di Richard Meier a Tor Tre Teste o Renzo Piano all'Auditorium, capaci di inserirsi in contesti degradati (come quello della periferia) o amorfi (come nel caso dell'area contigua al Villaggio Olimpico). Lo stesso vale per molte imminenti realizzazioni, dalla Fiera di Roma di Tommaso Valle, alla Città dei Giovani di Rem Koolhaas, dal Maxxi di Zaha Hadid alla Stazione Tiburtina di Paolo Desideri. Si tratta cioè di opere collocate in spazi privi di preesistenze particolarmente significative. Ma i problemi si pongono nei luoghi più nevralgici. Roma non è marginale come Bilbao, né piccola come Rovereto, né può considerarsi disponibile a grandi interventi di riedificazione come lo sono tradizionalmente Londra o Parigi. Pertanto, con le sue potenti intrusioni, la nuova architettura dovrebbe tenere conto di questa eccezione culturale. Nei punti più stratificati, laddove ha luogo quella violentissima costipazione semiologica che rende Roma ineguagliabile, sarebbe bene attenersi a una sorta di «silenzio dei segni», rispettando il paesaggio culturale, astenendosi dal congestionarlo ulteriormente, e anzi, per così dire, detergendolo per aiutarlo a respirare meglio. Tutto ciò, sia ben chiaro, non in via di principio, ma sulla base di precise, ineludibili priorità d'ordine economico. Ciò spiega le polemiche intorno al museo dell'Ara Pacis sul lungotevere in Augusta. Invece di sfidare un Centro saturo di storia, occorrerebbe iniziare col riscattare le zone più anonime, dando dignità alle periferie e insieme conferendo un nuovo senso di identità e appartenenza ai loro abitanti. Quanto alla Roma antica, sarebbe necessaria una scrupolosa campagna di restauri, e lo sviluppo di un arredo urbano che non puntasse alla diffusione di fioriere, bensì al sistematico divieto dell'invasione stradale da parte di bar e ristoranti. Insomma, a costo di limitare la spettacolarità degli interventi, dovremmo ricordare che la città non è fatta soltanto di grattacieli e costruzioni, ma anche di marciapiedi e manutenzione.
Roma - Può esistere un connubio tra città eterna e architettura-spettacolo
Il 2006 segna l'inizio di una nuova fase per Roma, con la conclusione di progetti architettonici di grandi archistar. La città sembra adottare la formula di Bilbao, diventando un centro del turismo europeo. La Capitale ha iniziato a scommettere sul mix di turismo e grande architettura, con iniziative come quelle di Richard Meier e Renzo Piano. Tuttavia, i problemi si pongono nei luoghi più nevralgici, come la periferia e l'area antica. La nuova architettura dovrebbe tenere conto di questa eccezione culturale e rispettare il paesaggio culturale, astenendosi dal congestionarlo ulteriormente.
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