Era un cronista del presente, attratto dalle affiches pubblicitarie, dalle locandine, dai manifesti. Era un grande artista del Novecento, che aveva portato in giro per il mondo, all'estero e poi a Milano, dove viveva dalla fine degli anni '90 - la creatività del suo Sud. Quel Sud che gli aveva dato i natali (a Catanzaro, il 7 ottobre del 1918) e lo aveva formato artisticamente, a Napoli, dove si diplomò nel 1944 all'Istituto d'Arte e dove ebbe intense frequentazioni con i maestri dell'Accademia, Emilio Notte in testa. È morto a Milano - dove si era trasferito dopo aver lasciato Parigi - Mimmo Rotella: l'artista, che aveva 88 anni, era ricoverato da qualche giorno all'ospedale Fatebenefratelli. Rotella - non si sa ancora quando si svolgeranno i funerali - era affetto da un tumore, ma continuava a produrre le sue opere, voleva tener fede ad un fitto calendario di esposizioni (una anche a Napoli, alla «Domus Arte» di Vincenzo Morra per il quale aveva già esposto nel giugno scorso a Castel dell'Ovo) che lo avrebbero portato in giro per l'Italia. Rotella - uno dei più grandi protagonisti della scena artistica nazionale a partire dagli anni '50 assieme a Burri, Manzoni e Fontana - nell'aprile del 2002 aveva ricevuto, su proposta del ministro per i Beni culturali Giuliano Urbani, la medaglia d'oro per le Arti visive dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Nel marzo del 2000, per sua volontà è stata costituita la «Fondazione Mimmo Rotella» con l'obiettivo di raccogliere, catalogare e valorizzare opere, documenti, testimonianze della vita artistica del maestro. Nel maggio del 2004 Rotella aveva anche ricevuto la laurea "honoris causa" in Architettura all'Università degli Studi Mediterranei di Reggio Calabria. Rotella è tra gli artisti più significativi del Novecento italiano, altamente considerato all'estero: dopo gli anni napoletani, di cui ha conservato sempre ottimi ricordi e legami, si trasferì a Roma nel 1945 sempre tenendo aperto un canale affettivo e creativo sia con Catanzaro che con il mondo artistico all'ombra del Vesuvio. Gli inizi furono improntati al figurativo, e, dopo le prime sperimentazioni, Rotella elaborò una maniera d'espressione pittorica di matrice neo-geometrica. Partecipò nel '47 «alla Mostra Sindacale di Arti Figurative» e a tutte le rassegne annuali dell'«Art Club» fino al '51, sia a Roma che a Torino. Nel 1949, come metodo espressivo alternativo, inventò la poesia fonetica, da lui stesso definita "epistaltica" (un neologismo privo di senso): un insieme di parole, anche inventate, di fischi, suoni, numeri e iterazioni onomatopeiche. A giugno scorso, come si è detto, Rotella è stato a Napoli, per una personale a Castel dell'Ovo: fu l'occasione per un ritorno tra amici e colleghi d'arte, un ritorno nella città che ricordava una Babele, riferendosi agli anni della sua giovinezza: «Era il 1945, la città era una Babele, giocai alle tre carte e persi. Non conoscevo nessuno - dichiarò in un'intervista al nostro giornale - In seguito ho intrattenuto rapporti con Emilio Notte. Alla fine degli anni '80 ho partecipato ad una mostra curata da Achille Bonito Oliva». La prima personale, con opere astratto-geometriche, è del 1951, alla Galleria Chiurazzi di Roma, esposizione che riscuote poco favore presso la critica. Nel 1951 ebbe un primo contatto con gli artisti francesi, esponendo a Parigi al «Salon des Realistes Nouvelles». Tra il 1951 ed il 1952, ottenne l'assegnazione di una borsa di studio da parte della Fullbright Foundation, grazie alla quale andò negli Stati Uniti in qualità di "artista residente", all'Università di Kansas City, realizzandovi una grande composizione murale ed incidendo poemi fonetici con accompagnamento di strumenti a percussione. Alla Harvard University di Boston si esibì in una performance di poesia fonetica e ne registrò altre per «The Library Congress of Washington». Negli Stati Uniti ebbe l'opportunità di conoscere i rappresentanti delle nuove correnti artistiche: Rauschenberg, Oldenburg, Twombly, Pollock e Kline. Tornò a Roma nel 1953, ci fu un lungo periodo di crisi, durante il quale Rotella interruppe la produzione pittorica. Convinto che tutto in arte fosse già stato fatto, ebbe improvvisamente quella che egli stesso definì «illuminazione Zen»: la scoperta del manifesto pubblicitario come espressione artistica, come messaggio della città. Così nasce il "decollage" (inizialmente collage), incollando sulla tela pezzi di manifesti strappati per strada, adottando il collage dei cubisti e contaminandolo con la matrice dadaista e dissacrante dell'"objet trouvé". «Con il décollage ho inventato uno spazio diverso - disse nell'intervista a "Il Mattino" - Con Burri e Fontana ho rivoluzionato il codice della pittura in Italia». Nel corso del 1955, a Roma, in una mostra intitolata «Esposizione d'arte attuale», espone per la prima volta il «Manifesto lacerato». Alla fine degli anni '50, Rotella, già identificato dalla critica come esponente della «Giovane Pittura Romana», è etichettato come "strappamanifesti" o come "pittore della carta incollata". Si ricorda che di notte, armato di temperino, Rotella strappava non solo manifesti, ma anche pezzi di lamiera e di zinco dalle intelaiature delle zone d'affissione del Comune di Roma. Utilizzando prodotti tipografici, fra il 1967 e il 1973 realizza gli Art-typo, prove di stampa scelte e riprodotte liberamente sulla tela. Con questo procedimento si diverte ad accavallare e sovrapporre le immagini pubblicitarie. Agli inizi degli anni Settanta esegue alcuni lavori intervenendo sulle pagine pubblicitarie delle riviste con l'impiego di solventi e riducendole o allo stadio di impronta (frottage) o semplicemente cancellandole. Nel 1984 Rotella tornò a usare i pennelli ed i colori acrilici per realizzare il secondo ciclo di opere dedicate al cinema («Cinecittà 2»). Di lì in poi, una serie di creazioni di grande interesse, che hanno fatto più grande anche la sua fama.