SAN LORENZO. Altra tappa della campagna lanciata da diverse associazioni per ritrovare il prezioso dipinto rubato nel 1969. Da ieri la riproduzione di una foto è al centro dell'altare Secondo le ultime ricostruzioni, la tela venne portata via da ladruncoli e passò poi nelle mani di mafiosi. Appello del comitato: «Chi sa qualcosa, ora deve parlare» «Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Natività con i santi Francesco e Lorenzo. Dipinto 1609-rubato 1969». Così recita una delle didascalie sulla gigantografia piazzata ieri pomeriggio al centro dell'altare maggiore dell'oratorio di San Lorenzo, dove 37 anni fa l'opera è stata trafugata. Una iniziativa che si inserisce nell'ambito della campagna «Sos Caravaggio», voluta dalla Delegazione di Palermo del Fai, il Fondo per l'ambiente italiano, dal Rotary club Palermo Est, in collaborazione con gli Amici dei Musei siciliani, con l'Associazione Extroart e con la Curia. Il progetto ha l'obiettivo di «smuovere le coscienze di chi - e sicuramente c'è qualcuno - ha notizie certe del quadro dopo il suo furto», spiega Riccardo Agnello, il presidente palermitano del Fai. Insomma un contributo spontaneo dei cittadini che possono dare una ma-no al ritrovamento della tela. D'altra parte il furto, essendo ormai passati quasi quarant'anni, è stato prescritto. Quindi, chiunque denunci non rischia assolutamente nulla. E così ieri pomeriggio è stato lasciato cadere il drappo che copriva la riproduzione, realizzata da Enzo Brai e dalla Damir. Una gigantografia in dimensione reali (298x197) che raffigura il dipinto secentesco di Caravaggio e riporta la scritta: «Chi 1 ' ha visto?». Una provocazione ma anche uno sprone: «II nostro scopo - aggiunge Agnello - è far parlare sempre di più di quest'opera, sperando che la voce arrivi alle orecchie di chi ha visto realmente il Caravaggio dopo il furto». Agnello chiarisce anche le dichiarazioni di Francesco Marino Mannoia, il quale aveva confessato di aver rubato, insieme con altri complici, il Caravaggio. «In realtà continua Agnello - quello cui fa riferimento Marino Mannoia è il furto di un altro dipinto, di un autore veneto, commesso in quello stesso periodo in una chiesa alla Kalsa. Quel dipinto andò pesantemente rovinato durante il trasporto». Altri, invece, avrebbero rubato il Caravaggio, come è stato ricostruito alcuni giorni fa nel corso dell'anteprima di «Furti d'arte», il documentario andato in onda su Rai Tre. A quanto pare il quadro di Palermo fu rubato in un notte di pioggia. Immediatamente sulle sue tracce si misero le forze dell'ordine e la mafia, che riuscì ad arrivare per prima ai ladruncoli che l'avevano presa. I boss si fecero consegnare l'opera da quei giovani e, secondo la ricostruzione, tentarono di chiedere un riscatto al parroco da cui allora dipendeva l'oratorio. «Le tracce di questo dipinto si perdono poi negli anni Ottanta - aggiunge il presidente del Fai palermitano -, quando si hanno notizie del tentativo di portare a termine una vendita privata». Il fatto è che vendere un quadro del genere non è facilis-simo, innanzitutto perché è facilmente riconoscibile dagli esperti, e poi perché il suo valore si aggira sui trenta milioni di euro. «Ma il quadro c'è ed è in Sicilia, la leggenda dice che sia stato esposto anche nel corso di alcuni summit di mafia». «Tutti gli eventi intorno al Caravaggio - dice Bernardo Tortorici, presidente dell'associazione Amici dei Musei siciliani - sono sempre un auspicio, nella speranza che possa tornare al suo posto. Importante è anche il ruolo delle tante associazioni e della società civile, che stanno portando avanti questa importante campagna». Del quadro trafugato nel 1969 ha parlato anche Leonardo Sciascia che al tempo del furto ammise: «Pochi, a Palermo, sapevano che in città fosse custodito un Caravaggio di tale valore». E se in passato era stata ventilata la possibilità di mettere una taglia per poter invogliare alla consegna, si è poi pensato che un gesto del genere avrebbe potuto portare ad atti di emulazione e ad altri furti. «Qualcuno che abbia la forza di dire dov'è, deve saltare fuori - conclude Riccardo Agnello -. Mi piace pensare che questa tela sia come la Sicilia: per via della mafia si sta rovinando, ma con la forza della speranza può ritrovare se stessa».