Palermo. Una gigantografia nella cornice dell'Oratorio di San Lorenzo dove fu rubata la tela del Caravaggio PALERMO. Vuole essere una provocazione: è stata collocata ieri pomeriggio una gigantografia della Natività del Caravaggio nella cornice barocca lasciata vuota dai tre balordi che hanno asportato il dipinto nella notte tra il 18 e il 19 ottobre 1969 dall'Oratorio di San Lorenzo. L'idea di sostituire la tela con la riproduzione fotografica realizzata da Enzo Brai è della Delegazione Fai di Palermo, degli Amici dei Musei Siciliani, dell'Associazione Ex-troart e del Rotary Club Palermo Est. La caccia all'opera continua senza respiro e con molta passione. I quadri sono una sonda nella storia, sono l'immortalità e la perdita di quel Caravaggio, per questa città piena di misteri, è una profonda ferita che stenta a rimarginare. Dopo quasi trentasette anni dal furto, di certo c'è che soltanto la mattina di sabato 19 ottobre, alle 12,55, la custode dell'Oratorio, Maria Celfo, si accorse che la tela era scomparsa. La notte precedente, a Palermo diluviava e in quel centro storico deserto i ladri avevano agito indisturbati. San Lorenzo, con gli stucchi serpottiani, ha una sua magia, ma l'attenzione dei turisti è sempre calamitata da quella cornice vuota. Dietro la Natività c'è un vertiginoso giro di droga e dollari manovrati dalla mafia. Circa un mese dopo il furto, arrivò a monsignor Sebastiano Rocco una telefonata. Una voce con forte inflessione palermitano-carinese gli ingiungeva di preparare i soldi e di fare una inserzione sul giornale se si voleva riscattare la tela. A riprova della serietà della proposta fu inviato un frammento dell'opera. Il misterioso ricattatore si fece risentire chiedendo 100 milioni di lire. Poi scomparve, non si fece più vivo. Sembra, pure, che Cerlando Alberti, «uomo d'onore» della cosca mafiosa di Porta Nuova, prima di finire nelle mani della giustizia, abbia tentato più volte di vendere il dipinto. I protagonisti dell'appassionante ricerca della Natività hanno persino interrogato dietro le sbarre boss del calibro di Pippo Calò e Pietro Vernengo, uomini dello schieramento vincente, i quali con freddezza dichiararono che il Caravaggio era gestito dagli avversari, i cosiddetti «perdenti». Del caso si occupò anche il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, che sarebbe stato ucciso otto anni dopo il furto. In tempi più recenti, a portare avanti le indagini sono stati il generale Roberto Conforti e il comandante del reparto Nta, Ferdinando Musella. Il pentito Francesco Marino Mannoia, per sua ammissione, è fra i presunti autori del furto. Lui ha confessato che quel capolavoro è andato distrutto dopo essere stato irrimediabilmente danneggiato mentre veniva asportato dalla cornice con una lametta da barba. Altri danni si sarebbero aggiunti mentre veniva portato via arrotolato su una motoape sotto la tempesta. Pare, però, che la ricostruzione fatta dal boss si riferisca ad un'altra tela rubata nello stesso periodo in una chiesa a pochi passi dall'Oratorio. Nel 1974 venne contattato un collezionista piemontese che, però, nel vedere il dipinto in pessime condizioni si mise a piangere. In quella occasione un paio di carabinieri infiltrati nell'ambiente mafioso furono ad un passo dal recuperare la Natività. Il più cocciuto nella ricerca è il colonnello Musella, che da quando ha avuto in mano la pratica 799, ha sguinzagliato i suoi uomini in tutte le direzioni. Ogni mezzo è stato usato: dalle indagini scientifiche alle investigazioni vere e proprie. Intanto, i frati, e non soltanto loro, non smettono di sperare e credono che presto quel vuoto dell'Oratorio di San Lorenzo sarà colmato. E in un film di Rai Educational, Caravaggio, impersonato da Gian Maria Volontè, esprime la sua tensione creativa: «Vado alla ricerca di quel minimo in cui la luce si fa ombra, dove la volgare tela è lontana anche se sta pochi millimetri sotto. La superficie del quadro diventa una realtà sfumata, evoca la perfezione. Questa magia ho sposato».