Uno straordinario sito archeologico è venuto alla luce nell'oratorio di San Rocco: si tratta di un'antica fonderia che risale al '400 È una delle più belle mai individuate in Italia. Ma le sorprese non sono finite Illasi. Straordinaria scoperta archeologica nell'antico oratorio di San Rocco, chiesetta sconsacrata da diversi decenni, donata nel '700 dalla nobile famiglia Pompei-Carlotti alla parrocchia e divenuta successivamente sede scolastica, laboratorio di un meccanico di biciclette, abitazione civile con annessa merceria e per un certo periodo le case addossate (probabilmente sede di un antico convento) sono state adibite anche a carcere. Con l'acquisto da parte dell'amministrazione comunale per destinare l'edificio a sala civica, è partito un sondaggio archeologico preventivo coordinato dal nucleo operativo di Verona della Soprintendenza archeologica del Veneto e affidato all'archeologo Enrico Faccio, con cui collaborano negli scavi anche l'illasiana Elisa Lerco, esperta del territorio, ed Elisabetta Neri, laureata alla Cattolica di Milano con una tesi di archeologia medioevale e storia della produzione. Infatti la sorpresa, che ha richiesto la sua consulenza, è stata la scoperta all'interno dell'edificio dei resti di una fossa fusoria per campane. «I resti trovati sono tra i migliori finora venuti alla luce su questa particolare tecnica di fusione», rivela Brunella Bruno, della Soprintendenza archeologica, chiamata dall'amministrazione a illustrare i primi risultati dello scavo. «Il caso di Illasi sarà oggetto di una approfondita relazione a un convegno internazionale in calendario la prossima primavera a Milano e per quel periodo speriamo di riuscire ad arrivare con una datazione precisa e ad avere nuovi elementi da aggiunge al già sorprendente ritrovamento», riferisce la studiosa. Agli archeologi è apparsa un'ampia circonferenza circondata da coppelle simmetriche. Sono i fori dov'erano conficcati i pali che trattenevano il cosiddetto «cestone», una specie di botte di vimini e frasche, rivestita di argilla e terra fine con un vuoto all'interno, un calderone dove venivano messi i pezzi di rame e stagno destinati alla fusione. Un foro, praticato quando i minerali erano diventati liquidi, permetteva che scorressero in una canaletta che alimentava gli stampi posti in una fossa scavata sotto il livello di calpestio. Ogni stampo era una nota diversa e a Illasi ci sono tracce di tre campane. Di una si conserva l'impronta, dell'altra parte della bocca dello stampo e di una terza, probabilmente più piccola, solo dei frammenti. «Ci troviamo di fronte a una fusione che risale probabilmente al '400», spiega Elisabetta Neri, «e la singolarità della struttura a cestone illasiana è che è l'unica del Veronese e la meglio conservata delle poche altre (tre soli casi di cui si ha notizia in Italia), perché le fusioni di campane erano solitamente fatte a riverbero o a crogiolo. La tecnica a cestone era tipica di maestranze piemontesi o savoiarde che possono essere venute fin qui, oppure possono essere stati mastri fusori locali che hanno avuto contatti con loro. Quello che è certo è che l'ambiente era particolarmente ricco perché si è trovata abbondanza di frammenti di bronzo, segno che si sono fatte diverse fusioni, probabilmente anche di arredi sacri, come candelabri e statue, oltre alle campane», aggiunge la studiosa. Se questa è la scoperta più affascinante, l'intero edificio riserva però altre sorprese. «Liberato dalle superfetazioni che si sono aggiunte nel corso degli anni, l'intonaco perimetrale ha rivelato l'arco absidale di un'abside rivolta a oriente, che in realtà non esiste più e la presenza del forno fusorio per le campane ci dice anche che doveva esserci una torre campanaria di cui oggi non c'è traccia», aggiunge l'archeologo Enrico Faccio. Tra i reperti anche un mattone romano con graffito il gioco della tria, inciso seguendo la frattura dell'argilla; alcune ceramiche graffite; frammenti di intonaco dipinto del XIV-XV secolo, diversa selce da acciarino. L'edificio è stato più volte manomesso e per un periodo pare addirittura che non fosse affatto chiesa, ma spazio aperto, tanto che al suo interno esiste una struttura circolare simile a un pozzo che doveva probabilmente avere la funzione di raccolta dell'acqua piovana per un brolo chiuso da mura perimetrali, quelle che in origine erano i muri della chiesetta. Una foto di fine '800 mostra infatti la chiesa priva di tetto e nella cisterna è stata trovata una moneta del 1631, quando probabilmente il perimetro interno era già adibito a cortile o brolo. La costruzione di una sacrestia, di cui sono state trovate le fondamenta del muro divisorio, riduceva l'aula della chiesa verso est e si è conservata fino ai giorni nostri invece la tradizione della presenza di un ossario che sarebbe stato svuotato negli anni '50 del secolo scorso, prima di trasformare la struttura in abitazione. Infatti gli scavi hanno confermato la presenza, al centro della chiesa, di una fossa cimiteriale priva di ossa. «Non esiste più il pavimento originario, in pietra o in cotto», conferma l'archeologo, «forse asportato per essere riutilizzato altrove quando la chiesa aveva perso le sue funzioni». «Ma la facciata asimmetrica, con un residuo di rosone nel timpano, non in linea con la sottostante porta di fattura seicentesca, o la presenza di una bifora di chiara impronta quattrocentesca, chiusa dall'interno e nascosta dalle capriate ottocentesche rivela che molte volte e in vari modi si è messo mano all'edificio», conclude Faccio. Il sindaco Giuseppe Trabucchi è soddisfatto dei risultati che gli scavi stanno portando alla luce: «Si pensi quanto patrimonio storico e culturale sarebbe andato perduto se l'amministrazione non avesse provveduto in soli venti giorni ad acquisire al patrimonio comune il manufatto. Solo un'amministrazione pubblica poteva impegnarsi così per il bene collettivo e faremo il possibile perché quanto è stato trovato rimanga stabilmente visibile», promette. «Difficilmente nei paesi piccoli si eseguono lavori dopo un'indagine archeologica preventiva», riconosce Brunella Bruno, «e per questo molto è andato perduto, perché sono stati vani in passato i nostri tentativi, come Soprintendenza archeologica, di far capire che i piani regolatori dovevano essere accompagnati da una carta archeologica. Finalmente la legge 109 del 2005 impone su ogni lavoro pubblico un'indagine preliminare di carattere archeologico», conclude. Vittorio Zambaldo
ILLASI. Scoperta la fabbrica delle campane. Uno straordinario sito archeologico sotto l'oratorio di San Rocco
Nell'oratorio di San Rocco di Illasi, un sito archeologico è stato scoperto. Si tratta di una antica fonderia risalente al '400, una delle più belle mai individuate in Italia. L'edificio, che era stato utilizzato come chiesa, laboratorio, abitazione e anche carcere, è stato oggetto di un sondaggio archeologico preventivo. Gli scavi hanno rivelato la presenza di una fossa fusoria per campane, tra cui i resti di una campana con una delle migliori impronte trovate in Italia. La tecnica di fusione a cestone è stata utilizzata per creare campane, e gli scavi hanno anche rivelato la presenza di frammenti di bronzo e di oggetti sacri.
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