Tra gli oratori decorati da Giacomo Serpotta è, forse, il più segreto e inaccessibile: chiuso da decenni, rimasto sbarrato anche in occasione delle prime edizioni degli itinerari tra le opere del grande stuccatore palermitano, l'oratorio dei santi Piero e Paolo (noto ugualmente come chiesa dell'Infermeria dei Sacerdoti) apre finalmente le porte nei tre giorni conclusivi (da oggi sino a domenica, dalle 9 alle 13 e dalle 16 alle 19) ai percorsi serpottiani di quest'anno in cui rappresenta, sia pure in extremis, la vera riscoperta. Una riapertura, seppur temporanea, resa possibile dalla Curia, dalla Soprintendenza e dall'associazione Amici dei musei siciliani. Il 15 marzo la cappella potrebbe riaprire definitivamente: risolto il problema dell'infiltrazione d'acqua, resta il degrado che segna ancora gli stucchi. Seminascosto dalla cancellata su via Matteo Bonello, collocato di sbieco al termine di una ripida scalinata quasi come la cappella di un Sacro Monte, l'oratorio è infatti un esempio prezioso e pa-radigmatico di quel procedere per équipe che caratterizza i cantieri della Palermo barocca e tardobarocca, dove scultori architetti e decoratori si scambiavano ruoli, modelli e suggerimenti contribuendo ad animare la spazialità interna di una unitaria ritmica ornamentale. Così da intrecciare elegantemente allegorie di Virtù, putti, festoni, Misteri del Rosario ed episodi sacri come frasi di un solo discorso erudito e devoto. Tre le presenze principali che si sovrappongono nello spazio del piccolo oratorio. Paolo Amato, l'architetto di Ciminna la cui opera tesse un complesso fil rouge della Palermo tra Sei e Settecento, e che firma la costruzione sin dall'ingresso con un suo leitmotiv, le colonne tortili abbinate e intagliate, in questo caso, in una pietra tenera e dorata; Filippo Tancredi, il pittore messinese attivo in quegli anni a Palermo, che nella volta affresca una "Incoronazione della Vergine" dove i colori luminosi e brillanti e le cadenze aggraziate delle figure, quasi personaggi da un melodramma, annunciano (siamo nel 1698) l'incipiente gusto rococò; e naturalmente Giacomo Serpotta e i suoi collaboratori e seguaci tra cui in particolare Vincenzo Messina, autore della decorazione del presbiterio e della parete di fondo dove i due angeli che in assetto di volo con il vorticare di gambe e ali sostengono i medaglioni riprendono un motivo canonico del maestro. Quanto a Giacomo, si riserva la controfacciata, modellando quel putto trombettiere in ginocchio su di un'aquila maestosa ad ali spiegate e protese nello spazio dell'aula che è una delle sue invenzioni più felici. Mescolando è la sua sigla personalissima gravità malinconica e leggerezza, e travestendo come per gioco il putto paffuto di un turbante malamente annodato sul capo ma lasciandogli, nello sguardo, la serietà assorta nell'annuncio della vittoria della Fede. Accanto a questi nomi, una fitta schiera di comprimari (Gioacchino Vitagliano, Nicola e Tommaso Scuto, Giovanni Musca, Domenico Castelli) che, come sempre in queste occasioni, svolge un fondamentale lavoro di raccordo esecutivo ibridando stili e maniere e attingendo a piene mani al repertorio dell'epoca e all'abbondante serbatoio di modelli costituito da stampe e incisioni: come mostra una figura in stucco di Èrcole in riposo derivante dalla celebre statua dell'eroe greco della collezione Farnese a Roma. Ma la complessa partitura dell'oratorio ingloba anche due opere preesistenti di grande interesse storico ma poco conosciute dal grande pubblico: una copia da Van Dyck o un'opera di bottega (ma inizialmente considerata un originale del grande fiammingo) con "Santa Rosalia intercede per la città di Palermo" di cui esistono varianti; e, sull'altare maggiore, una "Pietà" di Marcello Venusti (1512 1579), artista di origini lombarde ma attivo a Roma dove tradusse in pittura non pochi disegni e prototipi di Michelangelo, riproducendone anche il "Giudizio" della Sistina prima che un intervento censorio coprisse le nudità dei personaggi. Anche il dipinto dell'oratorio adotta, soprattutto nella posa del Cristo deposto, soluzioni michelangiolesche, combinandole con il colorismo di un pittore Veneto ugualmente presente a Roma e amico di Michelangelo, Sebastiano del Piombo. Una ragione ulteriore per non lasciare che la riapertura dell'oratorio di San Pietro e Paolo rimanga un episodio isolato.
PALERMO:Serpotta. La Cappella ritrovata
L'oratorio dei santi Piero e Paolo, noto anche come chiesa dell'Infermeria dei Sacerdoti, è stato chiuso per decenni e ha aperto le porte solo per i percorsi serpottiani di quest'anno. La cappella potrebbe riaprire definitivamente il 15 marzo, risolto il problema dell'infiltrazione d'acqua. L'oratorio è un esempio prezioso di stile barocco e tardobarocca, con tre presenze principali: Paolo Amato, Filippo Tancredi e Giacomo Serpotta. La decorazione dell'oratorio è opera di diversi artisti, tra cui Vincenzo Messina e Sebastiano del Piombo.
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