L'artefice dei grandi eventi a Treviso e a Brescia respinge le accuse dei critici. Fa il pieno con Van Gogh e Gauguin e rilancia con due nuove mostre: Piet Mondrian e William Turner. Fino a ieri dicevi Brescia e pensavi al tondino, all'industria o alla finanza. Oppure si saltava su una macchina sportiva d'epoca, collezione del finanziere Emilio Gnutti. Pensavi alla storia, all'appellativo «leonessa d'Italia» reso famoso da Giosuè Carducci, che volle premiare così il coraggio con cui la città s'era battuta nelle dieci giornate del 1849 quando ci fu l'insurrezione contro gli austriaci. Pensavi infine alla roccaforte cattolica e a Giovanni Battista Montini, poi Papa Paolo VI. Era la Brescia prima di Marco Goldin. Una città che nel suo perenne movimento non aveva ancora fatto la conoscenza di una sorta di re Mida dell'arte. Un giorno, nell'autunno del 2004, è arrivato in piazza della Loggia con il treno interregionale da Treviso e nell'arco di dodici mesi è riuscito a mettere in piedi una serie dì mostre dì un successo tale da saldare nella mente degli italiani il binomio Brescia-città d'arte. Ha iniziato con Monet, la Senna, le ninfee. Il grande fiume e il nuovo secolo che in sette mesi, dall'ottobre 2004 fino allo scorso aprile, ha fatto registrare 440 mila visitatori: la mostra più vista del 2005 in Italia. E tra le prime al mondo. Con la sua società Linea d'ombra, Goldin ha poi portato al museo di Santa Giulia Millet. Sessanta capolavori dal Museum of Fine Arts di Boston e la riuscitissima Gauguin-Van Gogh. L'avventura del colore nuovo, che nei primi due mesi ha raccolto 200 mila visitatori (è aperta fino al prossimo marzo), spesso rimasti in coda diverse ore pur di poter ammirare da vicino il percorso parallelo dei due artisti prima e dopo l'incontro con il colore dei giapponesi. Calcolatrice alla mano, 440 mila più 200 mila fa un totale di 640 mila persone che nell'intero 2005 hanno fatto visita a Brescia. Con un ritorno economico sul territorio davvero notevole: l'Università Bocconi di Milano ha stimato per eventi di questo genere una ricaduta di 6 milioni di euro sul territorio (alberghi, ristoranti, bar, mezzi di trasporto) ogni 100 mila visitatori. Esiste una formula segreta? «Nessuna, la cosa fondamentale è la qualità della mostra» spiega Goldin. «Di solito si tende a semplificare il successo sull'imponente attività di marketing e di comunicazione. Ma senza un grande progetto culturale non si va da nessuna parte. Sembrerà strano, ma nel mondo dell'arte il passaparola è determinante. Ho visto tante iniziative, partite benissimo sull'onda di un grande successo mediatico, sgonfiarsi nel giro di poche settimane perché la gente rimaneva delusa». Se il 2005 è stato l'anno della ribalta, da quello appena iniziato ci si aspetta la consacrazione. Il progetto è già stato messo a punto. Due sono le mostre di grande richiamo: entrambe verranno aperte al pubblico il prossimo autunno. La prima è quella su Piet Mondrian, il pittore olandese del Ventesimo secolo la cui arte è impregnata da una fortissima componente mistica. Dopo una prima fase di paesaggi sposò le linee geometriche con quadrati rossi, gialli e blu. L'astrazione era per Mondrian l'unica via per giungere all'universale, alla realtà pura. La seconda esposizione è quella su William Turner e gli impressionisti, per capire quanto il pittore inglese ha influito nella formazione di Monet e soci. Sempre nel segno del «volgare impressionismo», come lo ha definito Vittorio Sgarbi che nei confronti del suo ex allievo Goldin non è mai tenero: «È uno che tratta le mostre come un maiale». E «non scarta nulla, dal prosciutto alle setole, dallo zampone alle budella». E ancora: «È l'inventore della gastronomia applicata alle mostre». Tra i detrattori di Goldin, Sgarbi è in buona compagnia. Diversi critici gli rimproverano il fatto di puntare eccessivamente sul nazional-popolare, spesso sintetizzato con il termine dispregiativo blockbuster. Goldin, che spende la maggior parte del suo tempo in giro per il mondo, viaggiando da un museo all'altro, replica deciso: «A una certa pseudointellettualità da fastidio questo successo. Molti vorrebbero la cultura chiusa in una torre d'avorio e ristretta a una cerchia di pochi. Queste persone, che non sono mai venute a vedere una mia mostra, contestano la possibilità di coniugare i grandi numeri con la qualità dell'esposizione. Come se scattasse un parallelismo con la televisione: chi la vede, vede cose solo scadenti». Va dritto per la sua strada, Goldin. Strada che lo ha portato un giorno via dalla marca trevigiana, dove nel 2002 riuscì a far registrare oltre 600 mila ingressi per Monet. La febbre era tale che in città si costruirono in fretta e furia nuovi alberghi, ristoranti e trattorie. Ma quello è ormai il passato. Il presente della città veneta è una mostra sul Primo millennio di vita dell'impero cinese aperta fino al 30 aprile. E la Fondazione Cassamarca sta già pensando ai festeggiamenti d'autunno.