«Marketing e globalizzazione dettano legge e l'Italia arranca» le sfide del 2006 Dall'ultima Biennale di Venezia alle derive di una cultura «piccolo borghese»: due interpreti dei gusti estetici della nostra società tracciano un bilancio dell'anno appena trascorso e rilanciano sul futuro della creatività nelBelpaese «La ricerca del nuovo può favorire le identità locali, ma per ora prevale l'omologazione» Professor Dorfles, guardando indietro all'anno appena passato, ha rilevato novità significative nel mondo dell'arte, nuove tendenze, nuove discipline? «Per fare un consuntivo, volenti o nolenti, si deve far riferimento alla Biennale di Venezia. In quella manifestazione, nonostante mi aspettassi un maggior equilibrio nelle scelte da parte delle commissarie spagnole, che si sono rivelate un po' deludenti, credo che emergessero ancora alcuni video. Pochissimi, se si vuole, rispetto alla massa presentata - voglio ricordare ancorafl "vecchio" Bill Viola e Pipilotti Rist, o il "nudo rasato" della giovane vincitrice del Leone d'Oro Rosa Galindo - e non tutti di concezione nuovissima (abbiamo visto molte cose simili negli anni Settanta...), ma tuttavia sempre vitali, perché credo che quel medium abbia ancora qualcosa da dire. Certo, poi si apprezzano persone come Philip Guston - che comunque è già scomparso -, ma in questo momento, in cui il nuovo è vecchio, mi pare che il video possa ancora dire qualcosa. Nelle discipline cosiddette tradizionali, mi pare che la scultura, l'arte-plastica, viva oggi una stagione migliore di quella che sta vivendo la pittura (una prova è nella mostra alla Fondazione Arnaldo Pomodoro sulla scultura italiana del XX secolo...). Invece, un terreno favorevole e in fondo nuovo è quello che vede certe commistioni tra arte, architettura e design. Un esempio su tutti, l'opera di Gaetano Pesce, mostrata recentemente alla Triennale di Milano: si tratta di oggetti e di progetti che presi disciplinarmente, cioè riferendosi solo all'arte, al design o all'architettura, sono molto discutibili, mentre assumono un valore positivo se considerati come insieme di discipline. E poi, anche se non vedo ancora tra i giovani personalità di spicco, credo che nuove tecnologie - come internet o la computer art -chiamino nuove forme e nuovi linguaggi: sono stato e sono tuttora un teorizzatore di questa idea». Cosa contraddistingue il sistema dell'arte attuale, e in particolare quello italiano, rispetto al recente passato? «Nel mondo dell'arte il mercato ha ormai assunto un'importanza che prima non aveva mai avuto, e quindi si dovrà considerare sempre di più questo aspetto di marketing dell'arte. In questo il sistema italiano è indietro rispetto a Paesi come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, ma belle aste intemazionali nomi italiani come Capogrossi, Dorazio, Boetti, Colombo e non solo Fontana o Manzoni cominciano a essere valutati. Così, l'Italia sta emergendo dalla palude non proprio per merito suo, ma comunque si sta allineando ai Paesi più importanti». In questo senso, pensa che l'attenzione intemazionale verso l'Italia faccia parte di un più complesso fenomeno di globalizzazione culturale? «Sono contrario a questa globalizzazione dell'arte, perché penso sia un peccato che le culture perdano la propria autonomia, al contrario, sono favorevole alla globalizzazione del mercato - che reputo cosa diversa e distinta dalla prima -, perché penso che la voglia di nuovo, la ricerca di qualcosa di ancora non conosciuto, possa favorire le culture locali». Quali sono gli aspetti negativi del sistema dell'arte italiano? «Il grande gap italiano è costituito dalla mancanza di musei d'arte contemporanea. In questo senso il nostro Paese è indietro non solo rispetto a USA e Francia o Germania, ma anche rispetto alla Spagna, che si è mossa con molta maggior decisione in tal senso. Napoli, Torino e Rovereto costituiscono in Italia delle eccezioni che confermano la regola». Philippe Daverio Qual è lo stato dell'arte? Che momento stiamo vivendo? Mi pare d'obbligo, professor Daverio, iniziare quésta intervista chiedendole un bilancio sullo stato di salute della nostra ricerca artistica... «Viviamo un momento intrigante, perché sta cambiando radicalmente il rapporto tra arte e comunità: ci vorrebbe un nuovo Walter Benjamin che scrivesse l'opera d'arte nell'epoca piccolo borghese, perché questo è ciò che sta accadendo. Mi spiego: se fino a cinquant'anni fa m Italia c'erano cinquecento possibili collezionisti d'arte, oggi ce ne sono potenzialmente cinquecentomila. Sono mezzo milione di persone disposte a farsi spiegare la Shoah in pillole da Anselm Kiefer, e a spendere di conseguenza per avere una sua piccola opera. Ma poiché i "grandi nomi" dell'arte non riescono a soddisfare la domanda, per prima cosa ci si deve chiedere se l'arte contemporanea non sia in crisi appunto perché non riesce a soddisfare la domanda. Poi, ci si risponde che a questo problema l'arte contemporanea supplisce con una produzione di arte che assomiglia all'artigianato, e che soddisfa l'enorme richiesta del mercato piccolo borghese, attraverso opere che rispondono ai requisiti dei loro acquirenti - facile contenuto intellettuale; comprensibilità dei soggetti, dimensione, eccetera... -. E un fenomeno globale». Pensa davvero che in tutto il mondo il sistema dell'arte e degli appassionati sia in mani piccolo-borghesi? «Credo che il sistema dell'arte si stia suddividendo in tre grandi categorie. La prima è quella dell'"artigianato", così come abbiamo definito il soddisfacimento della richiesta piccolo borghese di arte; la seconda è quella delle "chiese", varie e nuove, che elaborano nuove "religioni", in cui i nuovi sacerdoti sono i grandi sponsor privati e pubblici, i preti sono i direttori di museo, per non parlare di tutta una pletora di sacerdotesse, di adepti, di ancelle e di servitori, che riempiono gli edifici delle nuove chiese - che sono i musei pubblici e privati - di opere gigantesche e costosissime, come le torri di Kiefer o lo squalo in formaldeide di Damien Hirst. Infine, c'è un'arte sommersa, quasi sciamanica, che concerne chi la fa e pochi personaggi a lei vicini. È un'arte fuori mercato, cui sembra essere demandato l'esercizio del pensiero non finalizzato al successo immediato e mercantile. Come nel più profondo medioevo, ognuno è perso nel suo proprio angolo, e ognuno crea la sua piccola "cupola", in un'epoca in cui non esistono più avanguardie, ma solo élite. Personalmente, cerco di riempirmi la casa di opere che non hanno nessun successo di mercato...». In questo scenario, l'arte italiana occupa un posto particolare o è allineata a quella degli altri Paesi occidentali? «L'Italia e un Paese contraddittorio, perché da un lato offre poche opportunità a un artista, dall'altro in cambio concede anfratti di sopravvivenza. In Italia cioè ci sono piccole a-ree di ricchezza risparmiata, ereditata, per cui è pieno di persone che possono permettersi di vivere e di fare l'artista senza dovere sottostare alle leggi del mercato. Altrove non è così: non puoi essere "un po' ricco" nelle società avanzate in cui viviamo oggi, perché o sei ricco o sei povero...». Cosa si augurerebbe per l'arte italiana in un prossimo futuro? «Vorrei che i commercianti che si autodefiniscono galleristi cambiassero atteggiamento, e capissero che fare il mercato dell'arte nel modo in cui lo stanno facendo è come avere una piccola attività, come avere una concessionaria Bmw a Poggibonsi: guadagni ma non produci».