Caro Lubrano, scrivo a lei perché la so sensibile alla musica e in particolare alla lirica. Ricordo in proposito con simpatia i cicli di "All'Opera!" su Raiuno che hanno fatto scoprire a tanti giovani uno spettacolo che è stato ed è profondamente amato dai nonni e dai padri. Uno spettacolo di cui noi italiani dovremmo menar vanto visto che fummo noi quattrocento anni fa a inventarlo: il melodramma. (A proposito, come mai quest'anno "All'Opera!" non è andato in onda?) Le scrivo perché ho la netta sensazione che fra poco dovremo rinunciare sia alle opere che ai concerti, visto che questo governo ha tagliato i contributi al Fondo unico per lo spettacolo, penalizzando in particolare le tredici fondazioni liriche e sinfoniche italiane, dalla Scala di Milano al San Carlo di Napoli, dal Comunale di Bologna al Regio di Torino e poi il Massimo di Palermo, il Lirico di Cagliari, l'Arena di Verona, il Carlo Felice di Genova, già chiuso in queste feste per mancanza di soldi, il Verdi di Trieste, la Fenice di Venezia, Santa Cecilia e il teatro dell'Opera di Roma. Mi ha particolarmente colpito la dichiarazione di Walter Vergnano, presidente dell'Anfols, l'associazione che rappresenta tutte le fondazioni: «Questi tagli sono dovuti ad una politica mirata a distruggere il sistema culturale italiano». È grave, lo capisce? Dalla televisione è già scomparsa da tempo la musica seria, niente opere liriche in Rai, nemmeno in formato Bignami come il suo programma saggiamente proponeva, niente concerti sulle reti di Mediaset, eppure era lodevole seguire alle dieci del mattino quelli ripresi alla Scala su Canale 5 se non erro. Fra non molto le sale da concerto e i teatri lirici chiuderanno o ridurranno drasticamente le loro stagioni, così questo Paese sarà a misura di una classe dirigente che si mostra del tutto insensibile alla cultura. Purtroppo questa insensibilità comincia già a scuola, dove la musica è negletta. Sa com'è stata definita l'insensibilità? L'imbecillità dell'anima. Omelia G. - NAPOLI Condivido in pieno lo spirito, le affermazioni e l'amarezza, che sento sincera, della sua lettera. Ma mi soffermo subito sull'educazione musicale, ricordando la recente polemica fra Uto Ughi e Letizia Moratti a proposito del rapporto musica-scuola: molto logorato secondo il celebre violinista, al punto che sembra inesistente; "pienamente valorizzato" invece dalla riforma, secondo il ministro della Pubblica Istruzione. La signora Moratti rivendica a sé l'idea più innovativa, l'aver creato i laboratori musicali sin dalla scuola primaria. Il violinista al contrario sostiene che questi laboratori sono "grotteschi ", non servono a nulla, «dove si suonano gli sttumenti elettrici, musica contemporanea», mentre lui si riferisce a Beethoven, Mozart, Vivaldi, Schubert. L'esiguità del rapporto musica-scuola rientra secondo me nel "sistema cultura" che vacilla. Un anno fa, appena all'inizio dell 'estate si profilò la necessità di una ennesima stangata per raddrizzare il bilancio dello Stato, nessuno ebbe esitazioni: dalli al Fus, la cassa che finanzia musica teatro e cinema. «Un taglio suicida», dichiarò polemicamente l'allora ministro dei Beni Culturali Urbani. Si profilava una decurtazione del 25. «Allarme cultura», commentò con felice sintesi un giornale toscano. E ora il taglio suicida è superiore al previsto: meno 25,92 per cento dal 2003 a oggi (allora il Fus era dotato di 500 milioni). In un momento, per giunta, in cui gli spettatori delle 13 fondazioni sono in aumento, da due milioni e cinque a due milioni e sette; gli abbonati sono passati da 55mila a 66mila e l'apporto dei privati è anch'esso cresciuto da 38 a 43 milioni di euro. L'impressione prevalente è che oggi la parola stessa, "cultura", dia fastidio. Dice il Devoto-Oli che cultura «è quanto occorre alla formazione dell'individuo sul piano intellettuale e morale e all'acquisizione della consapevolezza del ruolo che gli compete nella società.-» Ecco, chiediamoci se la scuola attuale persegua davvero il fine di suscitare interesse per la cultura, per far capire ai più giovani la ricchezza che ne deriva in ogni senso, compreso il più pratico, quello della capacità di produrre reddito. La musica dovrebbe essere un cardine dell'educazione scolastica perché fra le arti è quella che contribuisce in modo particolare ad affinare la sensibilità degli individui. «Si comincia da piccolissimi, dice Ughi, a cinque anni.» Recenti studi confermano che già a cinque mesi i bambini hanno straordinarie capacità percettive musicali. Non bastasse, i ginecologi consigliano alle partorienti di ascoltare Mozart perché i nascituri vengono al mondo con gioia e ben predisposti. Ma non mi pare che la didattica tenga conto attualmente di simili punti fermi. Quando era sottosegretario ai Beni culturali, Vittorio Sgarbi mi disse, ad esempio, che il disamore o il disinteresse per il patrimonio lirico italiano era la naturale conseguenza dell 'assenza della musica in classe. Un ultimo elemento. Da qualche tempo le bande musicali stanno vivendo ima nuova stagione di successo. Ne esistono quattromila in Italia ed è un fatto positivo: per almeno due secoli sono state un. veicolo educativo per i nostri nonni e i nostri padri. Ad Antonella Bona, un maestro di banda, 38 anni, siciliana (Augusta), ho chiesto se i complessi bandistici, dilettanti odi giro, contribuiscano ancora oggi a formare la cultura musicale degli italiani. La sua risposta è stata illuminante: «In America e in Giappone la banda si forma nelle scuole ed è materia di studio come la storia e la geografia, il latino o la matematica. Da noi la scuola trascura la musica. E dunque...»