L'opinione di Angela Barbanente, assessore regionale all'Urbanìstica, arriva con una settimana d'anticipo sulla fine quel periodo di riflessione che lo stesso presidente della Provincia di Bari, Vincenzo Divella, si era dato prima di assumere una decisione sul futuro Museo archeologico di Bari. «L'elevato valore culturale del luogo - dice Barbanente - richiede grande qualità progettuale, ampio coinvolgimento del pubblico, e attenta e distaccata valutazone da parte di tutte le istituzioni preposte alla tutela del patrimonio territoriale e al governo delle trasformazioni urbane». È un giudizio che premia la cautela di Divella, pressato dal comitato di studiosi e intellettuali formatosi dopo il clamoroso furto un anno fa di pezzi archeologici (non si sa ancora quali né quanti) dai locali di Santa Scolastica. Ma è anche un'opinione che raffredda gli slanci aziendalistici che hanno accompagnato la presentazione pubblica - il 17 novembre scorso - del progetto preliminare affidato all'architetto Marcella Benedettelli, soprintendente per i Beni architettonici e il paesaggio di Bari e Foggia. Echeggiano le parole pronunciate in quella occasione, nella sala dì Santa Teresa dei Maschi, dal Soprintendente per Archeologia in Puglia, Giuseppe Andreassi: «Si avverte l'assenza di archeologi nel gruppo di progettazione». E si richiamano ora - nelle parole dell'assessore regionale - tutte le istituzioni preposte algoverno del territorio a non limitarsi nel ruolo di spettatori. Innanzitutto il Comune, che fa bene a compiacersi dell'iniziativa della Provincia, ma poi deve pur chiedersi se quel progetto è coerente con iproprì strumenti urbanistici, col Piano particolareggiato di Bari vecchia che al riguardo dopo che indicazioni, ma precise e comunque ignorate nel progetto di Benedettelli. Il Piano dice che il museo archeologico dev'essere inteso come una «porta» della città, aperto verso il porto (e invece nel progetto preliminare gli volge le spalle); dice che prima dì costruire sull'area di San Pietro conviene portare a termine le campagne di scavo archeologico (e invece il progetto è concepito proprio sull'idea di costruire prima un edificio dal quale poter vedere gli archeologi al lavoro). Quest'ultima è la principale preoccupazione gli antichisti e gli studiosi, tutt'altro che entusiasti del progetto preliminare. Dice Clelia Iacobone, componente di quel comitato cui abbiamo accennato: «Condivido l'idea, peraltro già avanzata dall'architetto Arturo Cucciol-la esattamente un anno fa, che la peculiarità storica, archeologica ed architettonica del sito sia tale da imporre un concorso internazionale dì progettazione. Piuttosto, mi preoccupa il fatto che il dibattito sia incentrato unicamente sul progetto architettonico del futuro museo, mentre sì continuano ad ignorare altri aspetti fondamentali del problema: qual è il progetto museografico ed espositivo che si intende realizzare? A chi si prevede di affidare la gestione della struttura? Quali sono le risorse disponibili o da attivare? E pericolo da scongiurare è quello di realizzare un'opera che rischia di incontrare difficoltà nella gestione, per mancanza di risorse». Da questo punto di vista i duemila metri quadri di superfìcie espositiva previsti, sommando gli spazi esistenti di Santa Scolastica con quelli da costruire nell'area di San Pietro, non sono né pochi né molti: sono un numero del tutto arbitrario, se non si decide dentro il progetto architettonico quale idea di museo si vuole perseguire. Per usare l'efficace distinzione operata da Francesco Antinucci nel suo recente volume «Comunicare nel museo», pubblicato da Laterza: un museo «enciclopedia» o un museo «manuale»? Lo studioso delle tecnologie della cognizione cita, quali esempi efficaci, il museo archeologico allestito nella ex centrale elettrica di Montemartini a Roma e il museo di Castiglion Fiorentino, dotato di un apparato comunicativo informatico molto avanzato. La complessità di un museo che sta dentro un'area archeologica ci ricorda, poi, il rigoroso Museo nazionale del Paleolitico di Isernia, costruito sul bel progetto di Associati Associati, lo studio d'architettura bresciano guidato da Benna Albrecht, e vincitore del Premio Palladio nel 1988. A Isernia - addirittura - il terreno di scavo è compreso dentro l'edificio, davvero un museo inteso come «machine à voir», avrebbe detto Carlo Ludovico Ragghianti (in «Arte, fare e vedere», pubblicato da Vallecchi nel 1974). Ma ciò che conferisce uno speciale valore architettonico all'opera molisana (che riusa anche un convento benedettino) è il suo rapporto con il paesaggio, con ciò che Albrecht definisce «Stadtlandschaft», paesaggio-città, e che trova nei percorsi esterni all'edificio - secondo gli insegnamenti di Leonardo Benevolo - il punto di forza delprogetto. Ora, il rischio che corriamo a Bari è di sprecare una straordinaria occasione per realizzare buona architettura, ritenendola quasi un lusso a fronte dell'utilità. «Il Museo Archeologico - dice Iacobone - fa parte di quella categoria di opere pubbliche la cui importanza non è solo legata al manufatto, ma alla qualità dei servìzi che riesce ad erogare ai cittadini: sopravvalutare il primo e sottovalutare la seconda è molto rischioso». Ma affrontiamo anche un'altra insidia: quella che può farci precipitare indietro verso la populistica avversione contro l'architettura contemporanea realizzata dentro il centro storico. È l'asperità delle questioni sul tappeto che sconsiglia di affidare la progettazione esecutiva allo stesso Marcella Benedettelli e ai suoi consulenti: non solo per le insufficienze che abbiano indicato nel progetto preliminare, ma anche perché è opportuno che in questo caso il Soprintendente ai Beni architettonici e del paesaggio si mantenga nel suo ruolo di garante degli interessi pubblici di tutela e non progetti per un ente diverso dal suo, sul quale deve poi vigilare. «La legge quadro in materia di lavori pubblici - ricorda Angela Barbanente - prevede che allorquando la prestazione riguardi la progettazione di opere di particolare rilevanza architettonica, ambientale, storico-artistica e conservativa sia valutata in via prioritaria l'opportunità di prevedere concorsi di progettazione o dì idee. Un'operazione culturale come un concorso internazionale di idee potrebbe non solo dare maggiore qualità e respiro all'intervento, ma anche costituire occasione di apprendimento collettivo ed esempio per altri luoghi della città di elevato valore storico e ambientale». La necessità di indire un concorso internazionale di progettazione è condivisa anche da Mauro Scionti, docente del Dipartimento di Architettura e Urbanistica del Politecnico di Bari. «Il prestigio delle Istituzioni si misura anche dalla qualità dei progetti», dice l'architetto e spiega pure quale forma dì gara consideri più appropriata: «II sito, l'istituzione, il tema, la città meritano un concorso internazionale di progettazione con competente e qualificata Commissione giudicatrice, prequalificazione dei partecipanti ed unica fase concorsuale».