WASHINGTON L'altro giorno alla National Gallery of Art di Washington si è parlato molto del Caravaggio. Eppure non un solo suo dipinto figura nelle sale dedicate alla pittura italiana di Rinascimento e Barocco, visitate ogni anno gratuitamente (per volere del fondatore, il miliardario Smithson) da milioni di persone. Ci sono Giotto, Mantegna, Giorgione, Tìziano, eccetera, eccetera. Ma nessun Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. Caravaggio è al di là e al di sopra del mercato dell'arte. Chi ce Fha se lo tiene, magari inconsapevolmente come accaduto per secoli ai gesuiti irlandesi presso i quali è stato ritrovato «II dipinto perduto». Questo era il titolo della conferenza e il titolo del libro che ne era il pretesto e che ha attirato un gran pubblico e una grande attenzione sui giornali. Il dipinto «perduto» è stato catalogato come «La cattura di Cristo» o «Cristo nell'orto». Risale al 1602, 4 anni prima cioè che in una lite il pittore milanese uccidesse a coltellate un tale Ranuccio Tommasoni. Se ne parlò ampiamente al momento del ritrovamento. Ma a Jonathan Harr, giornalista e scrittore, non bastò. Volle saperne di più e così nel 1993 si fece mandare dal «New York Times» a Dublino. Parlò con Sergio Benedetti, il primo a esaminare il quadro e a identificarlo positivamente. Poi andò a Londra per incontrare altri esperti. Infine chiese di andare a Firenze, dove gli avevano segnalato la presenza di Francesca Cappelletti, una giovane studiosa le cui ricerche nel 1989 erano state determinanti nel localizzare il quadro. Il giornale gli rispose di no: aveva già speso molto. Harr, che aveva già un mente il libro, approfittò di un viaggio premio a Roma, alcuni anni dopo, per contattare la Cappelletti. Venne così a sapere delle scoperte sensazionali fatte dalla giovane studiosa e da una sua collega, Laura Testa, a Recanati. Le due donne avevano ottenuto il permesso di visionare alcuni antichi documenti, che la marchesa Annamaria Antici-Mattei conservava nella cantina del suo palazzo. Fu lì che trovarono la prima menzione ufficiale dell'opera ritrovata. I Mattei erano fra le famiglie romane che al Caravaggio avevano offerto ospitalità e compensi, le più illustri se si considerano nomi come i Giustiniani, i Barberini, i Borghese. «Rimasi affascinato dal racconto.. Chiesi a Laura di portarmi a mia volta a Recanati. Ma nel frattempo la marchesa era morta e il palazzo era stato chiuso. Non resistetti e attraverso le sbarre allargate del seminterrato volli calarmi giù per vedere il luogo e immaginare le emozioni che le due studiose dovevano avere provato...» Per Harr anche le emozioni sono importanti, se si vogliono respirare la tensione e le incertezze che accompagnarono il ritrovamento. Il suo stile narrativo ne è una conferma. Il racconto è incentrato sulle due italiane, ma intervallato da flashback storici sull'artista. L'altra sera la rievocazione è stata suggestiva. Eppure - come detto -il quadro non c'era. Alle spalle dell'oratore c'era solo una gigantografia: il bacio traditore di Giuda a Gesù sorpreso nell'orto di Getsemani, il soldato nelle tinte cupe dì chi sta per perseguire un innocente, un uomo con una lanterna sul fondo (indicato come l'autoritratto del pittore). Gli spettatori ne sono rimasti avvinti. Erano accorsi per rivivere con lo scrittore la vita tormentata di un artista inarrivabile e sfortunato. Ne sono usciti con il brivido di avere assistito al recupero di un tesoro.
Così abbiamo ritrovato il Caravaggio perduto
La conferenza e il libro "Il dipinto perduto" di Jonathan Harr parlano del ritrovamento di un dipinto di Caravaggio, "La cattura di Cristo o Cristo nell'orto", che risale al 1602. Il dipinto fu ritrovato in un palazzo romano, dove era stato conservato per secoli. Il giornalista e scrittore Harr cercò di scoprire la storia del dipinto per anni, intervistando esperti e visitando luoghi come Dublino, Londra e Firenze. Infine, grazie alle ricerche di due giovani studiose, Francesca Cappelletti e Laura Testa, il dipinto fu localizzato e il suo ritrovamento fu annunciato.
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