Bologna. La demagogia non ha limiti, almeno a Bologna. Sergio Cofferati inaugura il 2006 con un annuncio «stile Renato Zangheri» - il sindaco che fece andare tutti gratis sugli autobus, inaugurando così la stagione del dissesto dell'azienda di trasporto pubblico locale. A partire dal 1 aprile, nessuno pagherà più per visitare i musei della città. Peccato, però, che, nell'attesa di diventare tutti «portoghesi legalizzati» del circuito culturale bolognese, la notizia concreta sia, in realtà, quella del dimezzamento degli orari di apertura. La motivazione è sempre la stessa: i tagli di bilancio dello Stato non consentirebbero più di mantenere il personale in servizio fino alle 18.30 (orario medio di chiusura dei musei petroniani), quindi, tutti a casa entro le 15. E questa seconda parte dell'annuncio del sindaco - è lampante - fa letteralmente a pugni con la prima: se mancano i soldi per tenere aperti i musei anche di pomeriggio, perché mai azzerare il costo del biglietto? Peraltro, più che in «controtendenza mondiale», la decisione del Cinese sembra giusto il frutto di una lampante «dissociazione mentale e amministrativa» a fini elettoralistici. L'organizzazione, il mantenimento e la fruizione dei beni culturali, oltre che essere un costo che in qualche modo deve essere ripianato anche da entrate derivanti da chi ne usufruisce, rappresenta anche uno dei pochi volani economici delle città e dei territori, una vera ricchezza che deve essere messa a frutto, in una corretta concezione della gestione dei beni pubblici. Al contrario, Cofferati na fa un mezzo di manovra della campagna elettorale della sinistra, arrecando, per di più, un grave danno alla capacità di offerta degli stessi beni concessi gratuitamente al pubblico. Oltre alla chiusura pomeridiana, alcune delle strutture espositive di Bologna limiteranno anche gli ingressi festivi e prefestivi, precludendo quindi la possibilità di visitarli anche a chi normalmente lavora nelle ore centrali dei giorni feriali e ai turisti che dovessero capitare a Bologna nelle domeniche e nei sabati di chiusura. Insomma, dietro l'annuncio «populista» del «tutti gratis al museo», c'è la realtà dell'impossibilità prossima-futura di recarvicisi davvero. Il tutto, ovviamente, per far transitare nellatesta degli elettori bolognesi - evidentemente ritenuti particolarmente stupidi - la presunta differenza tra un governo nazionale che taglia i soldi per la cultura (costringendo le giunte comunali a ridurre i servizi) e un'amministrazione comunale che «regala» il godimento delle sue bellezze ai residenti e ai vacanzieri. Il tutto nella speranza, purtroppo ben riposta, che la stampa locale metta l'accento sull'aspetto dema-gogico del provvedimento, piuttosto che su quello concreto: il dimezzamento in termini assoluti, l'azzeramento in termini relativi, della possibilità d'ora in avanti di visitare un museo a Bologna.