Rivolta delle sezioni contro il presidente: già raccolte 700 firme per un congresso straordinario Il compromesso sarebbe stato firmato il 22 dicembre, sorpresa amara sotto l'albero di Natale per Italia Nostra, storica associazione giunta al 51 anno di vita: il neopresidente Carlo Ripa di Meana ha venduto Villa Astaldi, che ospita la sede nazionale, per una cifra che si aggira intorno ai 12 miliardi di euro. Non ci sono più soldi, il buco di 600mila euro dello scorso luglio, in sei mesi di nuova gestione è svettato oltre il milione di euro. E così con un blitz il contestatissimo presidente ha preso la decisione: la villa, bene tutelato, è stata venduta. Nessuno sa se il ministero dei Beni culturali, che ha un'opzione, è stato informato. Le sezioni regionali sono in subbuglio, i soci hanno raccolto più di 700 firme per chiedere un congresso straordinario e votare i nuovi vertici di Italia Nostra, e-mail infuocate con dichiarazioni di sdegno per la vendita del «patrimonio di famiglia», antico lascito testamentario della nobile famiglia romana all'associazione, e per «questo modo di condurre le cose che ci lascia interdetti», come dice Margherita Signorini, coordinatrice nazionale, insieme a Evaristo Petrocchi, delle sezioni autoconvocate. È una guerra ormai aperta quella che si sta combattendo tra i soci: «Non ci sta bene la gestione dell'attuale presidente Ripa di Meana, arrivato con un blitz di piena estate, grazie a un ribaltone. Avrebbe dovuto gestire soltanto la normale amministrazione fino a nuove elezioni, ad aprile - dice Signorini - invece ha deciso di vendere la sede dell'associazione proprio nel momento in cui il Senato aveva deliberato un finanziamento di 360mila euro derivante dall'8 per mille per il restauro della villa». Finanziamento che rischia ora di finire nelle casse degli acquirenti. L'ex presidente Desideria Paolini Dall'Onda l'ha saputo così: aveva inviato una lettera comunicando a Ripa di Meana dell'avvenuta decisione del Senato. Il giorno ha ricevuto la risposta: grazie per l'interessamento, ma ho venduto. Alla base di tanta urgenza, secondo Ripa di Meana, ci sarebbe il buco di circa un milione di euro. Secondo i soci alla base dell'incremento del buco ci sarebbe una totale incapacità gestionale degli attuali vertici. Per questo chiedono a gran voce di poter svolgere il congresso. «Secondo lo Statuto bastano 550 firme - spiega Evaristo Petrocchi - noi ne abbiamo raccolte più di 700 ma finora non è successo niente ». In realtà sembra che al presidente le firme così come sono non vadano bene: le vuole autenticate. L'ex presidente, Pasolini Dall'Onda, è più che amareggiata: non riconosce più lo spirito dell'associazione che contribuì a fondare 51 anni fa. «Noi siamo consapevoli che è necessario procedere a un'opera di svecchiamento - dice Signorini - e infatti abbiamo iniziato a muoverci in tal senso. Dobbiamo continuare a difendere il patrimonio e l'ambiente, ma nello stesso tempo diventare parte attiva di progetti che ci permettono anche di accedere ai fondi europei». Insomma, bisogna calarsi nella realtà, senza perdere, tuttavia, la fama di duri e puri che ha sempre contraddistinto i soci di Italia Nostra. «Ma da qui a cambiare pelle in questo modo ce ne corre - dice Petrocchi, presidente regionale dell'Umbria -. Attualmente non esce più neanche la nostra rivista e il suo direttore, Nanni Riccobono, ha ricevuto il benservito dal presidente che non ha gradito la sua partecipazione a un'assemblea autoconvocata del 4 dicembre, in cui si è chiesta formalmente la convocazione del congresso e la sospensione della vendita della Villa».
Ripa di Meana vende la sede, Italia Nostra nella bufera
L'associazione Italia Nostra, storica organizzazione ambientalista, è in crisi dopo la vendita della sua sede nazionale, Villa Astaldi, per 12 miliardi di euro. Il presidente Carlo Ripa di Meana ha preso la decisione di vendere il bene senza consultare il ministero dei Beni culturali, che ne ha un'opzione. Le sezioni regionali hanno raccolto oltre 700 firme per chiedere un congresso straordinario e votare nuovi vertici. I soci sono in subbuglio e hanno espresso il loro dissenso per la gestione dell'associazione. Il congresso straordinario è richiesto per cambiare la gestione e difendere il patrimonio e l'ambiente.
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