LA MEMORIA DELL'UMANITÀ rischia di non trovare un posto per essere conservata. Negli archivi di tutto il mondo si studia il modo di custodire oltre un secolo di fotografie. Intanto Bill Gates ne compra undici milioni e le ripone in un bunker... Memoria, rilettura della memoria, conservazione della memoria, memoria visiva, documenti della memoria, «giacimenti culturali» della memoria, «fondi» per ricostruire la memoria di un momento, di un periodo, di un giorno, delle settimane, di un anno, dell'intero secolo. E ancora: memoria della sofferenza, della gioia, dell'orrore, dell'eroismo, della codardia, della ricchezza e della povertà, dell'affetto e dell'amore, della nascita e della morte, della pace e della guerra. La fotografia, dunque, come atto di memoria, come documento, come inventario antropologico della vita degli uomini, come punctum dell'esistenza, come testimonianza - dice qualcuno - della morte più che della vita. La discussione non si è mai conclusa e le definizione -sono infinite, proprio da quel fatidico 1839, quando Daguerre e Niepce annunciarono al mondo la loro scoperta. Roland Barthes ha scritto alcune cose fondamentali a questo proposito. Per esempio che «...è l'avvento della fotografia, e non come è stato detto, quello del cinema, che divide la storiadel mondo». E, tra le tante straordinarie intuizioni, anche questa che oggi" in"tènipi di televisione ridondante, potrebbe apparire scontata: In primo luogo, scoprii questo. Già che la fotografia riproduce all'infinito ha avuto luogo solo una volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente...». Se queste sono solo alcune delle premesse sull'importanza della fotografia, che Oliver W. Holmes chiamò «lo specchio della memoria», il discorso successivo riguarda l'attuale fruizione del materiale più antico, per studio, ricerca, puro piacere o necessità informativa. L'immagine ottica, infatti, è semplicemente un «dato della vita» che riguarda ognuno di noi. Ecco allora il problema della conservazione e della scelta sul cosa tenere da conto e in che modo. In Italia, ovviamente, i problemi sono giganteschi, visto che si lasciano crollare mura antiche, domus, o si fanno scolorire, senza battere ciglio, quadri e affreschi. Dunque, il pericolo che la memoria visiva «ad immagini fisse» scompaia definitivamente è, ogni volta, dietro l'angolo. Con l'attuale digitalizzazione delle immagini e la quasi scomparsa delle fotografie con il «procedimento chimico», è poi sorta una serie del tutto nuova di problemi. Quante sono le foto in Italia che meriterebbero per il loro valore storico o antropologico, di essere conservate? Milioni. Perché anche da noi, la fotografia arri vò da] la Francia nel giro di qualche giorno. Così anche in Italia furono scattati preziosi dagherrotipi e furono utilizzati tonnellate di negativi al collodio, poi le carte «salate» e quindi le lastre al bromuro d'argento, agli inizi del 900. Così furono fotografati tantissimi personaggi storici e grandi avvenimenti politici. Pochi sanno, per esempio, che esistono splendide fotografie dei combattimenti sul Gianicolo, durante la Repubblica romana di Garibaldi, Mazzini, Armellini e Saffi. E ci sono anche le foto e i fotomontaggi dei Mille in Sicilia e a Palermo. E le foto della breccia di Porta Pia con l'arrivo degli «italiani» nella Roma papalina. Da quel momento tutto venne ripreso e moltissimi si piazzarono davanti alla macchina fotografica. Si tratta di materiali straordinari e preziosi, spesso nascosti nel fondo dei cassetti perché la fotografia si prestava poco al mito, alla agiografia e alla retorica. Poi ci sono le immagini altrettanto importanti sulla guerra 15-18, censurate, ancora oggi, perché troppo «dure» e vere. E quindi le migliaia di foto sulle nostre imprese coloniali: dall'occupazione della Libia alle imprese africane dell'inizio del secolo. E ancora, ammassale in un armadio, sono accatastate le foto che dimostrano come furono i nostri poveri soldati a portare in Africa la sifilide, una malattia sconosciuta sul posto. Ed ecco ancora le immagini dei bombardamenti in Etiopia e l'uso dei gas. E quindi quelle delle nostre fucilazioni e impiccagioni in Jugoslavia, in Grecia, in Albania. Documentazioni straordinarie, sempre pooco fruibili per studi e ricerche. Molti, molti anni fa, ci vollero battaglie durissime per «scoprire» queste foto, allestire mostre e stampare libri. Erano tempi grami e la fotografia, come parte integrante del «fare storia», era considerata meno che un accessorio. Il valore andava in loto alla carta scritta e stampata, alla interpretazione dei fatti e ai messaggi cifrati più che alla documentazione «realista» delle fotografìe. Poi, piano, piano, il concetto dell'uso delle immagini per raccontare parte della storia, passò e fu una grande abbuffata di mostre e libri fotografici. Come per ogni eccesso, si arrivò a stampare materiali del tutto inlnfluenti e di poco spessore ai fini del la verità. Ma cominciarono, comunque, a mettersi in evidenza i grandi archivi privati che svolsero davvero inedite funzioni di salvataggio. Cosi la «3 M-Ferrania», azienda americana, mise al sicuro le fotografie scattate dallo scrittore Giovanni Verga, quelle della grande Ghitta Carrel e di altri fotografi. L'importante agenzia fotografica «Publifoto» di Milano (quella di Carrese), riordinò l'archivio e così fecero molti maestri italiani del fotogiomalismo. L'archivio dell'agenzia milanese Farabola, invece, dopo una prima dispersione, è stato di recente trasferito a Roma a cura un esperto e appassionato dirigente culturale. Straordinaria, fin dagli anni Sessanta, l'attività della grande Casa Alinari di Firenze, fondata nel 1852 e in possesso di qualcosa come un milione e mezzo di immagini oltre ad una immensa collezione di lastre su vetro. Decine e decine di grandi mostre, stampa di libri di grande livello e pubblicazioni di ogni genere. Questa è stata ed è ancora l'attività degli Alinari che, col tempo, avevano acquisito anche gli archivi Anderson, Brogi, Chauffourier, Fiorentini, Mannelli, Wulz, Michetti, Balocchi, Vannucci Zauli, luminello e Villani. Stesso positivo attivismo, negli anni '70, anche del Gabinetto Fotografico Nazionale del Ministero dei Beni Culturali, poi diventato Istituto Centrale per il catalogo che continuerà e continua sempre a dibattersi nei soliti problemi finanziari .Altro grande archivio risistemato e reso più fruibile e agile è quello davvero straordinario dell'Istituto Luce che conserva qualcosa come tre milioni di fotografie. Spesso si tratta di foto di grande rilevanza, scattate da operatori di alto livello professionale. Tra gli anni 80-90 sorgono iniziative di grande rilievo anche in altre città; a Prato, per esempio, con la nascita dell'Archivio fotografico Toscano, a Parma, a Modena, a Bologna, a Venezia e a Trevi-so, con la nascita dell'Archivio fotografico Storico della Provincia. Diventano sensibili agli archivi fotografici anche alcune grandi banche e alcune industrie di rilievo nazionale. Perfino in molti comuni più piccoli nascono archivi fotografici interessanti. Tutti, insomma, appaiono, in quel periodo più sensibili alla conservazione di una storia visiva locale e nazionale. Non accade più, insomma, come negli anni 50-70, quando un archivio appena ritrovato finiva subito nel cassonetto dell'immondizia. Recentemente, vicino a Milano, è sorto un nuovo e attivissimo Museo della fotografia e sono stati recuperati altri archivi. Negli ultimi due o tre anni, purtroppo, la situazione è di nuovo cambiata e in peggio. Questa è la sensazione avvertita da studiosi e ricercatori. Comunque, dal dopoguerra ad oggi, l'unico grande e vero assente nei confronti del documento fotografico, è stato il Governo, con le sue istituzioni culturali e museali. Per questo, probabilmente, molte altre collezioni fotografiche di grande importanza storica continuano a sparire e a disperdersi. Tutto, insomma appare di nuovo fermo e milioni di foto, piano piano, finiscono al macero. Molte istituzioni (in particolore gli addetti agli importanti fondi dei grandi giornali) hanno già digitalizzato parte dei loro archivi, ma l'operazione ha richiesto e richiede molti investimenti. Conviene1: Non conviene? È davvero utile? Non è ancora chiaro. C'è anche un altro problema: chi sceglierà, e come, le foto da digitalizzare buttando le vecchie stampe? È un'operazione a grandi rischi che richiede grande cultura storica e specifica preparazione. Bill Gates, intanto, ha rastrellato fotografìe classiche in tutta Europa e nel mondo e ha messo via. Sotto una montagna, ben undici milioni di immagini tra negativi e stampe. Ne ha fatte digitalizzare pochissime. Una celebre istituzione americana ha già fatto sapere agli addetti ai lavori che non digiterà il proprio archivio se prima le aziende produttrici non garantiranno che, anche tra molti anni, ci saranno apparati in grado di leggere anche i «dischetti» più antichi. Sul discorso della fruibilità da parte degli studiosi delle bellissime fotografìe depositate nei vari archivi italiani, si può dire una sola cosa: per ora è meglio lasciar perdere. Anzi, non parlarne proprio.
l'Unità
2 Gennaio 2006
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WL
Wladimiro Settimelli
l'Unità
Artista / Persona
Bene culturale
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