Agli inizi di dicembre, dopo un accurato re-styling, i depositi del Museo Borghese a Roma hanno fatto il loro ingresso ufficiale come pinacoteca accanto alla galleria principale, dove sono ospitati i capolavori della collezione che Scipione Caffarelli Borghese, l'accanito "Cardinal Nepote" del papa Paolo V, aveva raccolto in lungo e in largo e con tutti i mezzi. Immensa e pregiatissima, la collezione di Scipione contiene, tra gli altri, Caravaggio, Raffaello, Bernini. Non si può però mostrare sempre tutto, e se è vero che ogni museo ha i suoi depositi per conservare quel che non è in grado di esporre, e che questi hanno talvolta la stessa funzione dello sgabuzzino o della soffitta di casa, è altrettanto vero che tali spazi, raffigurati nell'immaginario collettivo come oscuri rifugi di sculture e quadri polverosi e magari -almeno secondo le romantiche leggende che circolano su quelli del Louvre - di qualche fantasma inquieto, spesso nascondono opere molto preziose. Opere mute, che non hanno occasione di far comprendere alcunché di loro e di dò che rappresentano. Nel caso della Galleria Borghese, grazie alla decisione dei curatori - in omaggio a un'innovativa idea d'allestimento - di dare voce all'arte in se stessa, e idi'intervento di uno sponsor consistente, questi luoghi inaccessibili e misteriosi si sono aperti ai visitatori. Rivelando che i tesori di Sdpione non erano solo al piano nobile. Ecco, infatti, apparire la Minerva nell'atto d'abbigliarsi di Lavinia Fontana, il San Francesco di Annibale Carracci, un Cristo Portacroce, nel sofferto cromatismo di Sebastiano del Piombo; ma anche una Testa d'apostolo, riferita addirittura a Rubens. Qui le opere, non più silenti, raccontano lo sviluppo dell'arte europea dalcinquecento al settecento, delineato nella sua faticosa ricerca tecnica e stilistica anche attraverso le tante riproduzioni di scuola e di bottega, in modo tale che persine il visitatore inesperto ne possa cogliere il valore culturale. Vale la pena di soffermarsi su alcune delle versioni in mostra; quella ispirata alla Madonna con il collo lungo del Parmigianino, attribuita a un artista bolognese e da lui trasformata in un ritratto di Santa Caterina, oppure le due copie dei dipinti del Correggjo: Leda e Maddalena leggente, quest'ultimo, scomparso durante la seconda guerra mondiale, consegna alla riproduzione la prova della sua esistenza. La pinacoteca dei depositi delinea la storia di un processo creativo nei suo complesso e delle relazioni con gli archetipi di riferimento, mostrando quanto la tensione verso l'ideale renda il cammino degli artisti, proprio perché arduo, ricco di contenuti: ciò emerge dalla Psiche, trasportata all'Olimpo, attribuita al van Noort -cattolico, fiammingo e maestro di Rubens - che interpreta in chiave mitologica il tòpos religioso dell'assunzione della Madonna ed è ispirata a un originale di Raffaello, conservato nella Villa Chigi sul Tevere, o dai ritratti femminili d'ispirazione leonardesca, dove affiorano i tentativi degli autori di raggiungere quello sfumato, indefinibile colore d'incarnato che Leonardo riusciva a dare alle sue dame. In uno spazio espositivo rosi riqualificato, quello che da sempre è rimasto inutile e oscuro all'occhio del pubblico diviene lo snodo di un'operazione culturale, mettendo in luce, per mezzo di una disposizione che favorisce l'osservazione di colori, soggetti e stili compositivi, il valore dell'evoluzione del percorso artistico, la filogenesi dell'arte. Una scelta creativa, con la quale il Museo Borghese si avvia ad essere modello rilevante anche sotto l'aspetto dell'educazione alla cultura.