La stanza del sindaco di Firenze non è più la sala di Clemente VII. Da giugno Leonardo Domenici ignorando le perplessità dei puristi di palazzo ha lasciato al catalogo dei visitatori (e agli incontri ufficiali) il quartiere dedicato al Papa Medici e si è riservato un locale monastico accanto agli uffici amministrativi. Il Comune è in regime di risparmio, anche sulla tradizione (erano decenni che il sindaco occupava il quartiere monumentale). Domenici, che è presidente dell'Anci, cioè sindaco dei sindaci italiani, guida la rivolta contro i tagli del governo agli enti locali. Né frenano la sua ira le accuse di sprechi e di inflazione delle consulenze esterne che il ministro Tremolni e il centrodestra rovesciano su Comuni e Regioni. E' un braccio di ferro che va avanti dalla fine dell'estate e che rischia di essere usato come alibi per giustificare una certa riduzione dei servizi che, per la verità, Palazzo Vecchio promette di contenere. L'assessore al bilancia Tea Albini si sforza di spiegare che le rinunce riguarderanno solo mense scolastiche e trasporto degli alunni. Anche se non è detto. Insomma: confido in un aggiustamento romano ispirate da una maggiore generosità. Il sindaco (a proposito: un sondaggio del «Sole 24 ore» gli riconosce il secondo posto nel gradimento della sua gente, dietro solo a Valter Veltroni) teorizza l'introduzione di una tassa di scopo, una specie di imposta di soggiorno da far pagare ai turisti per finanziare pulizia e manutenzione della città. Finora la proposta è in attesa di futuro perché manca una legge che lo consenta. Facendo i conti, sarebbe un aiuto consistente per il pallido forziere di Palazzo Vecchio: nel 2005 sono state segnate 6 milioni e mezzo di presenze in albergo e ogni turista ha speso in media 115 euro al giorno. Appena 1,43 peri musei. Tirare la cinghia è un refrain annuale in nome del quale si incrociano le necessità amministrative con le schermaglie politiche. La Finanziaria impone sacrifici si sbracciano in Palazzo Vecchio ma gli amministratori locali ci mettono del loro se le casse dell' Ataf, l'azienda che governa il trasporto pubblico, di Firenze Mostre, la società che organizza gli eventi dell'arte, e Firenze Fiera, che promuove le grandi esposizioni alla Fortezza ; da Basso, sono tutte in difficoltà. Buchi neri. Quel che è peggio in settori fondamentali per la sopravvivenza di Firenze, ai quali va aggiunto il Teatro del Maggio musicale (qui i tagli governativi sono diretti e traumatici), commissariato dal ministro Buttiglione perché complicati equilibri di rappresentanza del eda non hanno consentito di trovare un accordo per nominare il soprintendente. L'ultimo ritrovato dell'alchimia politica è una Fondazione della cultura che riunisce anche Provincia, Camera di Commercio, categorie economiche e assorbe Firenze Mostre in affanno usata come strumento per trovare i finanziamenti che finora nessuno è riuscito a smuovere. Ma servirà? I protagonisti la considerano panacea di tutti i mali. L'editore Giovanni Gentile, uno che la cultura s'impegna a fabbricarla, sospetta invece un nuovo carrozzone messo in piedi per distribuire posti e sempre sotto la gestione pubblica. Che è un freno per i finanziamenti privati. «Servirebbe un coordinamento delle iniziative culturali ad ako livello, ma mi pare che la strada imboccata sia la solita», dice sconsolato Gentile. Nell'immaginario collettivo Firenze è una specie di Las Vegas dell'arte, invece le iniziative scarseggiano e nel centro storico le attività si spengono dopo le otto di sera. Salvo rare eccezioni. Una di queste è la libreria di piazza della Repubblica, aperta fino a mezzanotte dove si incontrano scrittori, attori e registi che parlano delle loro opere. Il direttore Alessandro Fal-ciani invoca una regìa che disegni un itinerario per unire il teatro al cinema e alla libreria dove si può mangiare e bere. E' il motore dell'economia cittadina. Che non ha voglia di sorridere. La crisi passa anche da queste parti, dove il tasso di disoccupazione è del 5,8 per cento. Alla Matec, l'azienda meccanotessile di Scandicci, due giorni dopo Natale sono arrivate 280 lettere: hanno comunicato la cassa integrazione e di fallo la chiusura dello stabilimento. «Pensavamo di restare indenni confidando nel determinismo tipico dei fiorentini, invece ci siamo anche noi», ammette Alessio Gramolati, segretario generale della Camera del lavoro. C'è però anche la volontà di non rassegnarsi. Il sindacato ha la soluzione: «Non ci possiamo inventare una nuova economia, dobbiamo imparare a fare meglio quello che già facciamo». Come? «Abbiamo un'Università straordinaria e un sistema welfare efficace: bisogna costruire una rete di specializzazione e imparare a difendere il patrimonio delle nostre imprese dal saccheggio di chi viene da fuori». La sintesi in uno slogan: Firenze deve dimostrare di saper trasformare un progetto in un prodotto. La possibilità di riuscita dipende dalla capacità di ragionare in una dimensione metropolitana. Nel sindacato, tuttavia, l'ottimismo non è unitario. Adriano Fratini, segretario generale della Cisl, vede Firenze ripiegata su se stessa benché ne riconosca - ed è inevitabile - le potenzialità: «Paghiamo ancora le : scelte di una città che in passato ha pri-: vilegiato il turismo e il commercio a ; discapito delle attività produttive, che sono decentrate in tutta la provincia. Perciò sono state favorite le grandi attività immobiliari». Per ora di metropolitano (Firenze, Prato, Pistoia) si sono visti soprattutto gli investimenti : sul capoluogo, da parte di imprenditori non fiorentini, per costruire grandi alberghi nel centro e in periferia; le I banche rimaste combattono per difendere la loro identità e l'antico primato ; è ormai un ricordo. : Non è facile però mettere d'accordo : comuni litigiosi fino alla punta dei capelli, anche se hanno tutti la stessa maggioranza di centrosinistra. E poi su temi tanto delicati. Prendiamo V ultima rissa sul luogo dove costruire l'inceneritore che dovrebbe togliere di mezzo i rifiuti di Firenze (261 mila tonnellate in un anno) e dei comuni vicini. Campi Bisenzio si è ribellato e non ha accettato la localizzazione decisa dagli altri. Ancora non si sa come andrà a finire. Il resto non è meno complicato: trasporti, aeroporto, acqua e gas. Peretola è sempre troppo piccolo per chi vuole scendere qui da cielo. I passeggeri aumentano, la pista resta una sola e nemmeno tanto lunga. Ma questo è un handicap che resterà. Firenze se lo porterà dietro per sempre pagando invidie e guerre economiche in famiglia che risalgono a trent'anni fa e ancora non finiscono. Non chiedete perché. Per dirla con Indro Montanelli, è un'eterna guerra fra toscanacci e toscanucci, fra una razzaccia e una razzuccia, fra il Granducato e il resto della regione. Un po' di campanile e un altro.po' di politica. Sono affari di maledetti toscani.