L'ASSURDO PERMESSO DI COSTRUZIONE PER IL "ripristino filologico" del fabbricato alla salita Arenella, demolito una quarantina d'anni fa, ha suscitato stupore in tanti colleghi ingegneri e architetti e anche indignazione in quei professionisti che, non avendo timori reverenziali, non esitano ad esprimere la loro opinione critica. L'architetto Alessandro Castagnaro, docente di storia dell'architettura contemporanea che si è firmato anche nella qualità di presidente dell'Amai Campania (ritenendo quindi di poter esprimere il pensiero degli ingegneri e degli architetti di questa associazione) afferma che "La società procede e avanza velocemente, mutano i linguaggi, le tecniche, le tecnologie, i materiali; non è pensabile quindi che questo avanzare venga rinnegato dai nostri amministratori realizzando un falso". Vittorio Di Pace, decano degli architetti europei, autore di migliaia di progetti in Italia, in Sudamerica, in Africa e in Medio Oriente, ferocemente critico nei confronti del Comune di Napoli, si è posto una specifica domanda: "Ma se il personale tecnico comunale è talmente incolto e impreparato da obbligare gli amministratori ad ingaggiare una enorme pletora di consulenti, questi cosiddetti consulenti pagati a peso d'oro cosa fanno, a cosa servono?". Alla domanda di Vittorio Di Pace occorre dare una risposta. Con un certo imbarazzo sono costretto a rammentargli che il consulente dei consulenti, che recentemente è stato citato dalle cronache di casa nostra come il più pagato di tutti, è anche presidente della Commissione edilizia del Comune. Devo ritenere che ad un uomo della sua competenza non sarebbe sfuggita l'anomalia di questo progetto: devo dedurre quindi che il presidente quel 7 luglio in cui fu esaminato il progetto era stato chiamato ad esprimersi su ben più rilevanti questioni. Ma altre domande sono state poste da alcuni colleghi e la prima riguarda la norma in applicazione della quale è stato approvato il progetto. Si tratta dell'articolo 11, comma 5, delle norme di attuazione della variante generale al piano regolatore entrata in vigore nel luglio dello scorso anno che recita testualmente: "Sono ammessi, a parità di superficie utile e volume preesistenti, interventi di ripristino filologico, rivolti a ricostruire l'intero manufatto, o parti di esso, eventualmente demolito o crollato, purché sia possibile, attraverso fonti iconografiche, cartografiche, fotografiche e catastali, documentarne la consistenza certa. Tale documentazione deve essere contenuta in apposita relazione storica asseverata ai sensi dell'articolo 481 del codice civile". A questa preziosa ricerca - che è stata effettuata dal prof. Benedetto Gravagnuolo, preside della nostra facoltà di Architettura, con puntigliosa attenzione - non è certo imputabile lo schiocchezzaio del permesso di costruzione, di cui sono e restano responsabili i tecnici del Comune e la Commissione edilizia. Costoro hanno dato un'interpretazione sur-rettizia al concetto di "ripristino filologico" su cui si fonda il dispositivo del permesso di costruzione per "il restauro e risanamento conservativo" del fabbricato della salita Arenella. Se la filologia, che è insieme una scienza e una tecnica che consente di ricostruire, un monumento, un quadro, un libro, un film o un edificio attraverso la ricerca approfondita di quanto può essere utile per far rivivere com'era l'opera, il presupposto indispensabile è che esistano, sia pure in parte con danni evidenti, il monumento, il quadro, il libro, il film o il fabbricato. Nel caso in questione l'edificio non esiste da quarant'anni, sicché l'intervento non è "di restauro e di risanamento conservativo", come testualmente specificato nel permesso di costruzione. L'assurdo è nella contrad-dittoria motivazione riportata nel citato permesso, laddove fa riferimento alla "ricostruzione a parità di volume e di superficie del fabbricato". C'è poi da osservare che nel citato articolo 11, comma 5, delle norme di attuazione alla variante generale al piano regolatore, non è affatto previsto l'obbligo della ricostruzione del fabbricato con i materiali usati nella costruzione del vecchio edificio: gli interventi devono soltanto rispettare le superfici e il volume preesistenti. Una seconda risposta la si deve a coloro che - consapevoli della incommerciabilità di questa area essendo inutilizzabile il permesso di costruzione - intendono conoscere il finale di questa bizzarra vicenda. Premesso che sarebbe impossibile richiedere una variante al permesso di costruzione perché, enormemente difforme dall'originario sarebbe il nuovo progetto redatto secondo crite-ri di razionalità e impieghi di materiali e tecniche moderni, non resta a mio parere che una inevitabile soluzione: l'annullamento del permesso di costruzione in applicazione del potere di autotutela di cui gode la pubblica amministrazione quando si rende conto di aver emesso un provvedimento errato o che viola la legge. Nell'ipotesi in cui il Comune non dovesse procedere all'annullamento del permesso di costruzione, dovrebbe intervenire, in applicazione dell'articolo 39 della legge regionale sul "Governo del territorio" (questa la togata definizione della nuova legge regionale urbanistica), l'amministrazione provinciale o, in caso di inadempimento di questa, la Regione. Poiché l'annullamento opera "ex tunc" (cioè l'atto amministrativo non risulterebbe mai nato), i proprietari potrebbero presentare un nuovo progetto, razionale nei suoi caratteri distributivi, volto alla realizzazione di un fabbricato da eseguirsi con materiale e tecniche del nostro tempo, con la dotazione dei posti auto prescritti dalla legge Tognoli, le eliminazioni delle barriere architettoniche, con l'impianto di ascensore e l'osservanza delle leggi antisismi-che . Tutto questo in conformità del citato articolo 11 comma 5 senza gli infingimenti e le distorsioni che hanno suscitato le vivaci critiche dei più autorevoli esperti dell'architettura. Il tentativo di voler "donare" un edificio inesistente costituisce il test preoccupante delle difficoltà che dovranno affrontare i tecnici che intenteranno progettare il restauro e il risanamento conservativo nel centro storico, cercando di orientarsi nel dedalo di quei 169 articoli delle norme di attuazione della variante generale al piano regolatore, di improbabile decrittazione.