Lo studio si trova nella casa editrice, proprio sopra la Fondazione. Libri ovunque, grande scrivania, qualche manifesto, vista sul Teatro Strehler. Questo è il luogo dove Gabriele Mazzotta, editore, collezionista, appassionato d'arte come già lo fu il padre, crea libri e cataloghi, intreccia mille e mille telefonate con l'estero per organizzare mostre per la Fondazione o esportarle. Spiega subito che i rapporti migliori sono con la Germania (che ora gli conferisce un'alta decorazione per la cultura), poi con la Francia (che già ha riconosciuto il suo valore con un'onoreficenza ufficiale), il Beaubourg, severo nell'inviare all'estero le proprie opere, è invece assai generoso con l'editore milanese, ora sessantenne, uscito da una famiglia della buona borghesia milanese, laureato alla Bocconi, sposato a una splendida veneziana d'una nobilissima famiglia, ed è padre felice di due figli. Ha in pratica dimenticato il periodo giovanile del '68, quando fra i suoi eroi c'erano Castro e Mao. Oggi vanta non pochi meriti a Milano la Fondazione Mazzotta: organizza mostre di artisti internazionali che altrimenti sarebbe arduo vedere, e parecchie, come quella attuale sulle opere di Mirò alla Fondation Maeght di Saint-Paul-de Vence, sono degne d'un museo fra i più esclusivi. Qual è il suo giudizio su Milano, o meglio sulla cultura nella capitale lombarda? «Presenta dei contrasti. E' europea per ciò che attiene la musica, dove in futuro ci sarà una struttura che poche città d'Europa possono vantare, fra Scala, Arcimboldi, Auditorium ecc. Mentre per le arti non tiene il passo con città analoghe come Monaco, Lione, Barcellona. Milano non ha avuto il coraggio di costruire ex novo una galleria d'arte moderna e contemporanea. L'unica novità è stata quella dello Spazio Oberdan che presenta una cineteca a livello europeo. Milano è una città d'arte con Brera, l'Ambrosiana, il Poldi Pezzoli, ma tranne per quest'ultimo, non viene fatta promozione sulla città per valorizzare tale patrimonio». La sua Fondazione che ruolo si propone? «Rappresenta un polo di cultura artistica a livello europeo, con un record di presenze di 150.000 visitatori l'anno, con picchi che oscillano fino a 90.000 per mostre come Kandinsky o Chagall o il Bauhaus. In tutto ciò non vi è alcuna collaborazione né culturale né tanto meno economica da parte del Comune che ci ignora totalmente. In 20 anni abbiamo avuto ora un aiuto dalla Provincia e uno grosso dal Consiglio Regionale con il Presidente Fontana, per il resto arrivano aiuti sparsi da privati. la Fondazione comunque copre il 60 per cento della gestione con l'incasso dei biglietti. La gestione privata riesce a ottenere costi inferiori e anche prestigio europeo». Quando e perchè pensò di creare la Fondazione? «La costituii nell'88, mentre avevo la casa editrice. La Fondazione nacque per onorare mio padre e offrire a Milano una struttura simile alla Kunstverein, opera con la propria collezione ed esporta mostre a Brescia come a Washington. Esistono rapporti fondati sulla credibilità per esposizioni come quelle di Klee, Kandinsky, Klimt, noi prestiamo le nostre opere e i musei le loro. I rapporti sono stretti, anzi fitti, specie con i musei tedeschi, da Dusseldorf a Monaco, a Berlino e privilegiati con il Centre Pompidou a Parigi, con cui abbiamo un progetto per una futura mostra dedicata a Futurismo e Cubismo. Di norma in sede organizziamo 3 mostre l'anno e 7-8 fuori sede». Quale la sua opinione su Milano come centro europeo? «E' una città che da un punto di vista urbanistico, a parte la qualità, ha avuto un notevole sviluppo architettonico: la Bovisa, i nuovi centri che però non riguardano l'arte, le periferie, il trasferimento della Fiera, uno sviluppo delle strutture universitarie, anche se, a parte la Bocconi, il rapporto con la cultura della città manca. Milano possiede un gioiello che è la Triennale da far funzionare bene, un edificio bellissimo, adatto a visite di almeno 300 ragazzini, il design oggi è un concentrato di movimento, sarebbe utilissima contro il cattivo gusto della moda. Gli esponenti dlla moda, tranne Trussardi e Prada, non partecipano alla cultura della città, hanno una loro nicchia speciale d'arte». Lei in passato fu editore d'arte ma anche di politica, ora è solo editore d'arte, come mai? «Ho avuto 5-6 anni di passione politica con cose buone e cattive, quella nicchia specializzata per un editore piccolo è scomparsa. Avevo anche una collana di ecologia, con personaggi notevoli come Basso e Lussu e tanti altri "eretici", per 8 anni mi sono dedicato ai cataloghi delle mostre come "L'altra metà dell'avanguardia" o quella degli Anni 30 che vengono ancora ristampati. Ora pubblichiamo 80 titoli l'anno con 10-15 ristampe e un 10 per cento è in altra lingua, specie in tedesco». C'è una Milano che lei rimpiange? «Gli anni 60-70 di una Milano cosmopolita con i grandi eventi artistici e amici come Lucio Fontana e Manzoni. Si partecipava a dibattiti e a incontri culturali dove erano presenti personaggi come John Cage, Ginsberg, i maggiori artisti come Beuys, di cui io ho realizzato alcuni multipli nel '71. Non bisogna dimenticare che nel '68 pubblicai "L'arte Povera" di Celant e che il nostro besteseller, tradotto in tutte le lingue è il "Kitsch" di Gillo Dorfles. La nostra produzione ha operato un'attenta analisi del '900 in tutti i suoi aspetti, dai russi all'espressionismo tedesco, all'arte in Francia. Numerosi sono pure i libri di architettura che oggi non godono del medesimo successo d'un tempo, oltre la rivista "Spazio e Società". Ora Milano non ha più grandi artisti, perchè l'artista non è più di una sola città per effetto della globalizzazione. Nei giovani c'è il gusto dell'usa e getta, vivono un po' per generazioni, i sessantenni sono però ancora superattivi. C'è stato un risveglio delle mostre tradizionali nelle cittadine della provincia anche in Lombardia. Milano resta città di grandi collezionisti sul contemporaneo e sull'attuale, che si differenzia dai grandi collezionisti Anni '50-60, più interessati al '900 italiano». Che consigli offre alla sua città? «Valorizzare e pubblicizzare quello che possiede dal punto di vista artistico e architettonico, sviluppare l'attività a Palazzo Reale con collezioni del '900. Soprattutto avere il coraggio di fare un grande gesto come il Museo di Gehry a Bilbao o quello di Botta a Rovereto con l'arte attuale, visto che Milano dal 1945 a oggi è stata importantissima. E' necessario anche portare a termine Palazzo Citterio, un polmone che renda giustizia a Brera con grandi eventi artistici, così come deve avvenire per un altro grande gioiello, il Castello Sforzesco che è in grado di offrire enormi prestiti. Ci vorrebbe insomma uno spirito solidale fra le istituzioni, le Fondazioni per coinvolgere la città».