Scoperta a Marino nel 1962, la grotta aveva ospitato botti e poi il laboratorio di un gommista Sparite le botti piene di vino. Spariti pure i pneumatici accatastati lungo le pareti. Il Mitreo di Marino, a breve, avrà il suo giusto riconoscimento, n cunicolo che lo conserva dal II secolo avanti Cristo, da ex cantina e, soprattutto, da ex officina, diventerà museo. Ma non sarà un museo qualsiasi. Lì i visitatori potranno entrare uno alla volta e passando su un tappetino disinfestante. Bandita anche l'elettricità. Per scorgerlo solo torce. Perché come spiega Lorenzo Quilici, docente di Archeologia all'università di Bologna, che 10 studia da anni, «il Mitreo di Marino non è un mitreo qualsiasi, ma la pittura dedicata al dio Mitra meglio conservata in Italia». Larga due metri e mezzo per un metro ed ottanta, rappresenta il dio, simbolo della Terra, vestito all'orientale: berretto frigio, tunica, calzoni lunghi e stretti alle caviglie, con un mantello svolazzante. «Il dio è ritratto nell'atto di atterrare un toro spiega Quilici . Dal sacrificio, si credeva, fosse rigenerata la Terra». Mentre gli archeologi scrivevano trattati sul Mitreo dei Castelli, scoperto nel 1962, fino a qualche anno fa, in quel cunicolo, un'ex cisterna larga tre metri e lunga diciotto, lavorava indisturbato un gommista. Il capitolo proprietà privata, però, ora è chiuso. La Soprintendenza archeologica del Lazio ha acquisito cantina e tesoro e, in questi giorni, è partito il restauro. Via quindi ai microrganismi incrostati sugli affreschi e via libera al museo con tanto di saletta di passaggio e servizi. Un ambiente, insomma, per pochi estimatori. Così come prevedeva l'antico culto mitreo, una religione nata nel VII secolo avanti Cristo dallo zoroastrismo dell'antica Persia. Adelaìde Pierucci