Le recenti notizie sul versante "nomine" nel ministero per i Beni e le Attività Culturali, vale a dirsi un nuovo direttore generale per il Patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico di formazione amministrativa, purtroppo non fanno che confermare il trend che si è andato solidificando negli ultimi anni per il settore, dal momento della sua "rifondazione". La consuetudine e l'opportunità consiglierebbero la preposizione di tecnici, di personalità di spicco nel campo scientifico a capo delle direzioni generali, soprattutto di una direzione come quella che si occupa dei beni storico-artistici ed etnoantropologici, cioè del ricchissimo patrimonio italiano, diffuso anche nel più remoto angolo del c.d. Bel Paese. Invece il ministero spadoliniano, nato come atipico, e che abuso si è fatto di questa parola, non solo nell'arco di soli 30 anni si è evoluto, anzi involuto come gli altri ministeri - e come sarebbe potuto essere il contrario, considerato lo smantellamento della Pubblica Amministrazione - ma mostra l'usura del tempo come e più degli altri suoi "confratelli". Infatti l'istituzione di un'apposita direzione generale per il personale, motivo di dissidio nella comunità tecnico- scientifica al momento della nascita del ministero per i Beni culturali e ambientali e già stigmatizzata dalla Commissione Franceschini, ha preso il sopravvento negli anni sulla componente scientifica, crescendo a dismisura, cambiando nome nel tempo, ieri segretariato nella riforma Veltroni, oggi dipartimento per la ricerca, l'innovazione e l'organizzazione, ma sempre intatta nella sostanza. Certo, le recenti riforme hanno aiutato l'aumento di questa componente amministrativa, incrementando a dismisura il numero dei direttori generali, solo 4 al tempo di Spadolini, quasi 30 con la riforma Veltroni, oltre 40 nell' ultima versione Urbani. Il risultato? La periferia sguarnita, con circa il 50 delle soprintendenze senza soprintendente, cioè senza dirigente tecnico, a causa dei concorsi per la dirigenza tecnica bloccati già prima della fine degli anni '90 e certo non a caso. Fatto sta che abbiamo assistito negli anni ad un proliferare di contratti esterni per soprintendente, secondo un criterio di gradimento al governo in carica; il resto dei posti vacanti è stato assegnato con il criterio delle reggenze, anch'esso soggetto al gradimento politico o dato ad interim ai soprintendenti, oggi direttori, regionali. Dunque, siamo ormai di fronte alla soprintendenza unica (e in questa ottica vanno letti gli accorpamenti, di cui per altro si annuncia l'aborto, di soprintendenze, come Etruria e Lazio), nata ufficialmente per semplificare i rapporti con l'Ente locale (sono ben noti i guasti in Sicilia), ma in pratica per sostituire la competenza tecnica con la managerialità; nel caso specifico i direttori regionali che - giova ricordare - sono quasi tutti architetti con l'eccezione di un archeologo, uno storico dell'arte, un ingegnere e due amministrativi, sono direttori generali, quindi soggetti allo spoil system, quindi nominati con il placet dei politici. Non vi è più alcun rapporto diretto tra le direzioni generali e le soprintendenze, poiché quest'ultime dipendono dal direttore regionale, direttore generale anch'esso come il direttore generale preposto alla materia, in una moltiplicazione di livelli gestionali che sfiora ormai l'assurdo. Siamo convinti che questa sia la ricetta giusta per tutelare il nostro patrimonio e che gli enti locali siano soddisfatti? Veramente sembra che in molti casi si lamentino dell'assoluta genericità dell'interlocutore unico e cerchino disperatamente il referente tecnico territoriale, anche perché si è ormai pressoché alla paralisi. Si giunge all'assurdo che in una stessa regione il regionale ormai assommi l'interim di più soprintendenze, con una gestione per così dire "manageriale", mentre magari persiste la titolarità tecnica in un settore con un tipo di tutela per così dire "tradizionale". Certo, basta aspettare l'andata in pensione dei restanti titolari e il disegno è completato, le soprintendenze saranno solo un ricordo, uffici distaccati della vera soprintendenza unica, che è la direzione regionale. Cosa succede nel "modello Sicilia" non vi è bisogno di ricordarlo, dato che da queste stesse pagine è stata riassunta la situazione da Vittorio Emiliani e molto efficacemente. È opinione comune dei tecnici che questo modello stia ingenerando solo una gigantesca confusione che porterà all'immobilismo, alla morte lenta delle competenze tecniche in barba al moltiplicarsi in campo universitario degli indirizzi specialistici, e che tutto questo non sia altro che il preludio alla soppressione del Ministero e con ciò alla morte della tutela del patrimonio culturale. Se siamo convinti che ancora valga la pena di tutelare il nostro territorio e di preservarlo, in quanto bene comune, patrimonio di tutti, per non parlare poi dei risvolti legati al turismo e a tutto l'indotto che ad esso è legato, e della speranza di occupazione che potrebbe dare ai giovani un settore come questo, bisognerà essere capaci di guardare al futuro, di pensare con coraggio a nuove forme di organizzazione che prevedano una struttura leggera al centro, mentre sul territorio dovranno operare le soprintendenze dotate di autonomia gestionale, con i musei legati al territorio. Presidente Assotecnici