I sovrintendenti chiedono a Buttiglione di aprire il confronto - Sotto accusa i compensi elevati agli artisti Ci vuole una riforma seria e profonda per affrontare i gravi problemi delle fondazioni liriche. Allora, suggerisce Walter Vergnano, presidente dell'Anfols (l'associazione dei sovrintendenti) «a gennaio ii ministro Buttiglione convochi sindaci e sovrintendenti attorno a un tavolo, li ascolti quello che hanno da dire e poi illustri la sua ricetta. Non basta dire che le fondazioni dovrebbero aumentare la produttività allestendo più spettacoli, tagliare le spese ed eliminare i privilegi». «I teatri spiega Vergnano più producono e più costano, perché i costi marginali sono superiori agli incassi. È un principio ineludibile, valido a Vienna, come a New York come a Milano. Ed è il motivo per cui tutti i teatri sono sovvenzionati, a partire dall'Opera di Vienna, che ha la più alta produttività ma anche sovvenzioni statali superiori a quelle della Scala. Quanto ai costi, tutti li stiamo riducendo. La nostra parte l'abbiamo fatta anche nel momento in cui. a settembre, abbiamo disdettato il contratto nazionale». Ma tutto questo non può compensare tasli così drastici (-26 dal 2003) ai fondi dello Stato. Ora tutto lascia prevedere che la stragrande maggioranza dei bilanci previsionali che le Fondazioni devono presentare al ministero entro fine anno saranno in rosso (la Scala ha già annunciato un deficit di 5,7 milioni). Una profonda riforma sembra quindi inevitabile. Ne è convinto anche Nicola Bono, sottosegretario per i Beni culturali, che in un recente convegno a Cagliari ha detto: «Dopo nove anni dobbiamo dire che la legge sulle fondazioni liriche non funziona. Non solo perché i singoli privati non hanno la possibilità di detrarre dal fisco i contributi, ma perché è difficile che un privato entri in un "buco nero". Restano irrisolti i meccanismi che potrebbero facilitare l'ingresso nelle fondazioni: non si può pensare di continuare a ripianare i conti a pie di lista. E non si può prescindere da una rivisitazione dei meccanismi gestionali». Sotto accusa, secondo Bono. ci sono anche i cachet pagati agli artisti, in Italia generalmente più alti che all'estero («c'è un'esagerata competizione al rialzo fra i teatri per avere un cantante o direttore d'orchestra») ma su questo fronte l'Anfols ha pronto un progetto per fissare dei letti. Poi ci sono i costi fissi, cioè il costo del lavoro che mediamente rappresenta il 60 dei costi complessivi e in alcuni casi arriva fino ali'80. Ma si tratta davvero di un puro costo? Carlo Fontana, ex sovrintendente della Scala, intervenendo a Cagliari ha sottolineato che «il lavoro della massa artistica è esso stesso un prodotto: nel momento in cui un professore d'orchestra suona crea un prodotto. Se l'opera lirica è un bene culturale, lo Stato deve coprire la spesa per gli strumenti di produzione, cioè il costo delle masse stabili. Le altre risorse vanno reperite sul mercato». Il modello potrebbe essere quello francese degli accordi di programma: il teatro fa un progetto triennale, il ministero lo approva (e lo sostiene), poi ci sarà una verifica a posteriori. Ma il punto fondamentale deve essere la certezza di fondi e tempi di pagamento. Per avere questa sicurezza secondo Fontana occorre che le risorse del Fondo unico per lo spettacolo (Fus) siano «sottratte alla lotteria annuale della Finanziaria». Sulla necessità di rivedere la legge c'è un'intesa di massima: è d'accordo Silvano Conti, segretario nazionale della Sic Cgil. che dice «il "privato è bello" di per sé non basta» e guarda anche a una riforma del Fus; mentre Enrico Sciarra, della Fials Cisal, si chiede: «Le fondazioni liriche sono dipinte come centri di spesa incontenibile: ma non ci sono i consigli di amministrazione e i collegi sindacali che dovrebbero controllare? Se i contratti integrativi sono considerati eccessivi, vuoi dire che la controparte è debole. E spesso la debolezza è dovuta a troppa politica». Il problema, dunque, non sono soltanto i tagli al Fus. «La malattia è un'altra aggiunge Vergnano è l'assenza di una politica verso la cultura, che dovrebbe essere un obiettivo strategico del nostro Paese: solo in questo contesto si risolvono i problemi dei teatri. Se no tutto si esaurisce sempre nel cercare risorse aggiuntive».