Cacciari: «Non mi aspetto un "no" come per il ponte sullo Stretto, ma l'Unione recepisca gli esiti del dibattito sulle alternative» Venezia Non è semplicemente un bilancio di fine anno, quello del sindaco Massimo Cacciari. Otto mesi dopo il suo ritorno a Ca' Farsetti, si prospettano nuovi scenari per l'amministrazione della città e nella politica nazionale. Per questo Cacciari si sdoppia, con un'intervista nell'edizione locale su temi prettamente veneziani e una a pagina II del Nordest su questioni nazionali. Sindaco, il 2005 a Venezia si è chiuso con il dibattito sulle alternative al Mose e con un'importante firma sulla chimica a Porto Marghera. Per quanto riguarda il Mose, lei ha detto che ora tocca all'Unione recepire l'esito della discussione nel programma elettorale di Romano Prodi. Cosa si aspetta? Che dall'Unione arrivi un "no" al progetto come per il ponte sullo stretto di Messina? «Realisticamente no. Mi piacerebbe però che l'Unione, o almeno la lista unitaria Ds-Margherita, valutasse con attenzione il documento che manderemo loro come amministrazione comunale, a conclusione dell'ampio dibattito dei giorni scorsi e di tutti questi mesi. E che prendesse in esame, con approfondimenti in sede locale, i punti di criticità che mi pare siano emersi. Nel dibattito della scorsa settimana, non è emersa "l'alternativa" al Mose, ma tecnici ed esperti hanno evidenziato come esistano sistemi meno costosi, soluzioni diverse. Non può essere indifferente se tanti studiosi hanno espresso le loro perplessità sul Mose, anche in relazione alla penalizzazione del porto. La mia idea è sempre la stessa: cosa si sarebbe potuto fare per Venezia con gli 11 mila miliardi di lire spesi per il Mose? Siamo sicuri che quest'opera, che nelle previsioni più pes-simistiche, si alzerà solo poche volte l'anno, lasciando peraltro i veneziani con i piedi a mollo su quote medie, sia la soluzione ideale? Vorrei che l'Unione, molto laicamente, dicesse la sua. Credo che una fase di riflessione sia ancora possibile». Ancora, dopo 30 anni? «Dopo 30, 40 o 50... Se ci sono ancora aspetti da approfondire è giusto farlo. Tra l'altro il Magistrato alle acque ha perso un'occasione straordinaria di partecipare al dibattito, di dire la sua. Ha sbagliato - e lo dico amichevolmente perché io con il Consorzio Venezia Nuova ho rapporti cordiali -ma ha avuto torto marcio a non partecipare al confronto». Ma Venezia può permettersi nuove discussioni su come fronteggiare l'acqua alta? «Proviamo a ragionare senza mandare il cervello all'ammasso. Certo, nel mondo Venezia fa notizia per l'acqua alta, ma i veneziani ormai non dovrebbero farsi ingannare, no? La mia tesi? Sono stanco di dire sempre le stesse cose... Allora: noi oggi ci siamo impegnati nel Mose, un'opera che riguarda la difesa di città da acque alte medie ed eccezionali. Ma siamo veramente certi che sia il modo migliore di spendere 11mila miliardi?». Dicono che Cacciari pensa di sollevare la città. Galan ha rispolverato il paragone con un vecchio fumetto di Topolino... «Via, lasciamo da parte le barzellette. Il rialzo è una tecnologia che è stata sperimentata, anche se in aree modeste. Io non ho detto "rialziamo tutta la città", ma perché non possiamo sperimentare questo metodo in qualche zona, come l'area Mar-ciana? Visto che siamo in fase sperimentale, perché non sperimentiamo anche questo? Venezia del resto è stata alzata varie volte nella sua storia». Allora, dibattito per dibattito, lei affronterebbe un referendum sul Mose? «Avrei seri dubbi in merito e non lo promuoverò mai. Non si tratta di un voto di maggioranza da dare in mano all'opinione pubblica. Per me invece è essenziale che ciascuno si assuma le proprie responsabilità in base alle proprie competenze. Io non posso bloccare il Mose, ma ci siamo spinti fin dove potevamo. Ora tocca al consiglio comunale, alla Regione, al governo». E la firma per la chimica a Porto Marghera? «È stato un accordo positivo, tardivo ma positivo. È stato dimostrato che su questioni importanti le istituzioni possono lavorare insieme. Le istituzioni, le industrie, i sindacati hanno proceduto lungo una strada, senza saltare i passi più difficili, tra cui quello delle autorizzazioni per il ciclo del cloro soda. Le autorizzazioni stanno partendo, le industrie potranno investire sulla riconversione e sulla sicurezza, e poi governo, Provincia, Regione, Comune, sindacati e aziende definiranno il nuovo accordo su Porto Marghera, sulla chimica, sulle bonifiche, sui settori alternativi e anche sullo strumento di coordinamento. Costituiremo al più presto una commissione con assessori e tecnici di tutte le amministrazioni e spero che prima della bagarre elettorale, a febbraio, si arrivi alla firma dell'accordo». La firma su Porto Marghera ha messo in luce che le istituzioni possono trovare un'intesa sui grandi temi per la città. Anche il Patriarca Scola lavora molto per far collaborare le istituzioni al di là del loro colore politico... «Il patriarca è uomo è intelligente e lo ha capito fin dall'inizio. Certo, mica è un obbligo essere d'accordo su tutto, ma è un obbligo cercare l'accordo. Poi magari avremo temi, come il Mose, su cui la pensiamo in maniera diversa dalla Regione, ma l'importante è far funzionare la commedia, non far emergere i singoli attori». Dopo sette mesi di governo c'è chi accusa l'amministrazione comunale di governare senza dibattito politico cittadino, di avvalersi di un consiglio comunale blindato e senza opposizione che per di più avrebbe prodotto poco. Crìtiche mosse da ex amministratori come Giorgio Orsoni o Walter Vanni, da intellettuali come Riccardo Calimani o Cesare De Michelis, suo ex-caporedattore nelle riviste studentesche da "Il volto" in poi... «A chi dice che il consiglio comunale non ha prodotto tanto, chiedo: cosa doveva produrre? Ha fatto un assestamento di bilancio che ha del clamoroso, siamo riusciti a far quadrare i conti sui servizi sociali e sulle Municipalità, in condizioni pazzesche. Nessuno ne parla, ma sulle Municipalità abbiamo sistemato un'eredità difficile, organizzando il personale in accordo con i sindacati. E poi sono molto soddisfatto di come è stata impostata la "governance" cittadina, la strutture delle aziende che fanno riferimento all'amministrazione. Sono state scelte persone valide e competenti, dal Casinò all'Arsenale. Tra i nuovi, mi ha molto colpito il presidente di Actv, Panettoni. Veramente in gamba. E comunque, chi critica, che lo faccia lui il dibattito... Via, non mi pare affatto che sia mancato il confronto con la città». Venti anni fa, in un'intervista proprio a Riccardo Calimani per il libro "La polenta e la mercanzia", lei liquidò la definizione di "Venezia città degli studi" come una "monata", perché sarebbe un paravento per fare di Venezia un'isola-museo di lusso. È ancora della stessa idea? «Non ricordo quella dichiarazione, ma sono fermamente convinto che l'università sia il motore dello sviluppo culturale di Venezia. L'università deve essere eccellenza e gli atenei cittadini non devono essere ornamenti, ma elementi essenziali di economia avanzata. E poi basta con questa storia del turismo da demonizzare: oggi il turismo è la prima industria al mondo. Il problema, semmai, è evitare che diventi monocultura, come quando a Torino c'era solo l'auto. Ora Torino sta cambiando perché si sono accorti che altrimenti collassava. Però io vorrei che Venezia non cambiasse perché si trova sull'orlo del collasso...». Forse ci si deve rendere conto che non basta più aprire i musei per fare cultura, ma servono iniziative di produzione culturale... «Io credo che Venezia sia sovradimensionata, nelle iniziative culturali, rispetto ai suoi abitanti. Semmai bisogna fare meglio quello che c'è, Biennale in primis. E poi organizzare i flussi turistici, settore in cui si sono accumulati ritardi pesanti, sebbene aeroporto e Marittima si siano realizzati e Tessera sia in assoluto il miglior scalo italiano». Ritiene sempre utile la sublagunare in questo contesto? «Torno a ripetermi, per essere chiaro: la sublagunare si farà in finanza di progetto, perché il Comune non è in grado di sostenere un'opera del genere. Se non c'è finanza di progetto, non si fa nulla». Quindi si sta cercando chi subentri ad Actv nella cordata di imprese... «Panettoni sta lavorando a questo». Ma Venezia fa parte del Veneto o è una città che vive a sé? «Venezia è oggi più che mai nel Veneto. Con il nuovo aeroporto, con la metro veloce che collegherà l'aeroporto al nordest, con il Passante, la città è inserita nel sistema. E ci metto anche il rilancio del Porto». Rilancio che passa per un ampliamento arenatosi tuttavia in commissione di salvaguardia... «Guardi, condividiamo l'idea di Zacchello, semmai è una questione di metodo. Sono dell'avviso che per qualsiasi progetto che riguarda questa città, vada cercata un'intesa a priori, per evitare di calare dall'alto decisioni che poi possono trovare l'altolà di altri soggetti. Meglio spendere qualche ora per preparare un progetto condiviso, che rischiare mesi di inerzia. E anche con il Porto ci voleva un accordo preliminare. Non poteva pensare di partire con un piano di ampliamento e calarlo sul Comune, a cui poi spetta il compito di fornire gli strumenti attuativi. È chiaro che ora c'è uno stallo, ma si poteva evitare con un lavoro preparatorio preventivo». Nel dialogo con le altre istituzioni, che posto occupa la Chiesa? Ha ancora un ruolo per Venezia e in Veneto? E come vede la missione del Patriarca? «Il Patriarca è una persona che stimo tantissimo, dal punto di vista culturale e organizzativo-pratico. Sta dando e darà al suo magistero effetti molto positivi, di stimolo alla città. Tuttavia c'è un pericolo. Così come qualche giorno fa ho manifestato ai giornalisti il pericolo che possano diventare politici, confondendo il loro ruolo critico e formativo con una militanza più o meno surrettizia, allo stesso modo la Chiesa rischia, nell'assenza di un punto di riferimento nel quadro istituzionale, di essere risucchiata nel dibattito politico. Non avendo più il suo rappresentante chiaro ed esplicito nel mondo politico, si crea un vuoto nel quale la Chiesa rischia di cadere. È un fenomeno dell'ultimo decennio. Allora bisogna fare attenzione. È giusto che la Chiesa intervenga sulle idee della città e sulle strategie, ma sarebbe improprio che intervenisse su piani regolatori, sui piani del traffico, sulle lottizzazioni, sul fatto che il sindaco debba stare 24 ore al giorno a Ca' Farsetti o in via Palazzo...». Si riferisce alle critiche di don Fausto Bonini e delle categorie economiche mestrine, che sottolineano l'assenza dell'amministrazione comunale in terraferma? «No, don Bonini è un fratello. Dico in generale: mi rendo conto che la debolezza del ceto politico e la mancanza di un riferimento fidato per la Chiesa, rischia di risucchiarla. E chi non lo riconosce e fa la farsa dell'anticlericalismo d'an-tan, non capisce nulla».
Il Gazzettino
27 Dicembre 2005
Venezia: Ora il Mose passa nel programma di Prodi
DA
Davide Scalzotto
Il Gazzettino
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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