La chiusura della chiesa di Sant'Agostino appartiene a quei tipici episodi che dimostrano quanto Roma, come tutta l'Italia, sia di fatto un gigantesco «museo diffuso» all'aperto, secondo la definizione notoriamente cara tanto a Cesare Brandi quanto a Federico Zeri. Non tutti i romani (magari sono più informati gli stessi turisti) sanno che quel tempio ospita la magnificenza di una delle grandi opere di Caravaggio, a suo tempo contestatissima, la realistica «Madonna dei pellegrini» che ebbe il volto di Maddalena di Paolo Antognetti, detta Lena, prostituta d'alto bordo, n modello del bambino Gesù è suo figlio Paolo. Quindi un capolavoro che è anche una cronaca della Roma del suo tempo, e dei suoi costumi sociali. Ora la tela è sostituita da una copia, l'originale è in prestito alla mostra di Milano. Ma forse i romani amano più quella Madonna del Parto del Sansovino che per secoli ha ascoltato le preghiere delle future madri: gli ex voto non si contano e molti portano date vicine a noi. E si potrebbe continuare con i tesori ospitati (Raffaello, Bernini) ma solo per dire che la chiusura di Sant'Agostino è, per paradosso, forse più grave dell'ipotetico danno a un qualsiasi monumento più famoso e più citato nelle guide turistiche. Il crollo di Sant'Agostino dimostra come il delicatissimo tessuto storico-artistico romano si stia deteriorando e quanto sia urgente una accurata ricognizione sul territorio. Nelle ore in cui la città sta giustissimamente festeggiando il magnifico arricchimento dei Musei Capitolini, diventa quasi obbligatorio ricordare come queste felici novità non possano, e non debbano, cancellare d'un colpo l'elenco dei problemi culturali di questa città. La salvaguardia di Sant'Agostino, si sa, non è materia che riguardi l'amministarzione capitolina. Ma è sempre vero che il danno a una chiesa così importante per la nostra storia (e per il costume romano, è bene ripeterlo, quindi per la religiosità popolare più legata alla tradizione e al territorio) sia comunque un problema di questa città. H continuo taglio ai fondi per la cultura (e qui si ripensa alla chiusura della Domus Aurea) impone una riflessione generale sul patrimonio di Roma. Indipendentemente dalle compenze burocratiche e dalla suddivisione di responsabilità tra le soprintendenze. Un Caravaggio, un Bemini, un Raffaello negati sono sottratti a tutta Roma. E all'intera e complessiva sua immagine nel mondo.