NAPOLI capitale delle arti. Un refrain che da qualche tempo si ripete. Forse un luogo comune, che però ogni anno si arricchisce di nuovi episodi Come emerge dalla ricca offerta di iniziative previste in questo periodo natalizio: mostre, progetti, nuovi spazi. Da Castel Sant'Elmo, con la mosta di Domenico Morelli, a Capodimonte che ospita quella di Paladino, al Madre e al Pan, la città pullula di appuntamenti, non sempre però capaci di attirare il grande pubblico. E come ogni Natale, a tutto questo si aggiunge l'installazione in piazza del Plebiscito, stavolta affidata a Sol LeWitt. Un tempio metafisico, raggelante nel suo candore. Un corpo altero, solenne, sistemato su uno zoccolo bianco. Un altare che sembra galleggiare nel vuoto. Si ha la sensazione di trovarsi dinanzi ai resti, ricomposti, di una imponente chiesa oramai distrutta. Una cattedrale di tracce, sulle cui pareti nitide, tra qualche giorno, non è difficile prevedere che appariranno scritture, dichiarazioni, segni. Sol LeWitt ha voluto infrangere la continuità di Piazza Plebiscito. Ha arrestato la dilatazione dello spazio, immettendo in esso una sorta di parentesi. Ha scelto di intervenire non nel centro dell'agorà, ma in una posizione periferica. Tra le due statue equestri, a ridosso del colonnato della chiesa di San Francesco di Paola. Ha trattato questi elementi come boe all'interno delle quali ha disegnato un territorio magico. Dall'insieme dello spazio è stato ritagliato un «fazzoletto». Un recinto, forse una cornice ideale. Un perimetro quadrangolare (di 23 metri di base per 3 di altezza), fatto di mattoni bianchi in pietra di Trani, cui non è possibile accedere dall'esterno. Un accampamento, che non può essere abitato, né percorso, ma solo osservato. Uno ziggurat del nostro tempo, con blocchi sovrapposti di diversa grandezza, corrispondenti alle misure standard della tecnica edilizia. Una reinterpretazione del gioco della Matrjioska. Un lego marmoreo, con segmenti che si ripetono: parti si accostano a parti, ad altre ancora. Un'armonia rigorosa e sapiente, quasi matematica, eppure sfiorata da spostamenti. Un sistema modulare calibrato, ma continuamente interrotto, tra costruzioni e decostruzioni. L'opera «accoglie» un montaggio di combinazioni matematiche, con ripetizioni differenti, governate da una logica ferrea. Un teorema solido. Da una premessa - una geometria squadrata - sorgono, necessariamente, determinate sequenze. Un'invenzione dalla notevole forza progettuale, che rivela sottili assonanze con le architetture di Pei, nel cui studio LeWitt, negli anni giovanili, si è formato. Una scultura che, tuttavia, sembra non sostenere fino in fondo il confronto con la dimensione urbana. Un intreccio che, probabilmente, avrebbe trovato la sua dimora più naturale in un museo o in una galleria. In un mare senza confini, invece, sembra smarrirsi, svanire, schiacciata dagli edifici preesistenti. Si resta indifferenti, poco sorpresi. Una percezione analoga aveva accompagnato la lettura delle installazioni in Piazza Plebiscito di altri protagonisti del concettuale. Da Merz a Zorio, a Paolini. Perché continuare a scegliere solo personalità di grande raffinatezza stilistica, ma non sempre «comunicative»? E non provare a guardare in altre regioni dell'arte?